10/02/2026

Liberté, égalité, fraternité. In Italia: fatalité.

            🇫🇷 I francesi hanno un motto rivoluzionario, noi, troppo spesso, una risposta pronta: «Tanto non cambia niente». Una formula miracolosa: assolve chi governa e dispensa chi è governato dal disturbarlo.

 Il video di Matteo Gracis mette il dito in questa comoda piaga, racconta francesi e spagnoli che scendono in piazza e ci restituisce una domanda sgradevole: noi italiani, così eloquenti quando ci lamentiamo, perché diventiamo tanto discreti quando occorre farci sentire?

 

Abbiamo perfezionato l’indignazione da salotto: feroce nel commento, mansueta nelle conseguenze. Si maledice il potere, poi si aspetta che il potere risolva, possibilmente senza chiedere tempo, impegno o solidarietà.

 

🐑 A quel punto i nostri mandriani possono dormire tranquilli: la mandria umana sorveglia sé stessa.

 

Naturalmente l’Italia conosce anche piazze, scioperi, associazioni e persone che resistono. Proprio per questo la rassegnazione non può spacciarsi per carattere nazionale: è un’abitudine, ma le abitudini si possono cambiare.

 

La cittadinanza che volesse così chiamarsi, e non più mandria, richiede qualcosa di più di una scheda elettorale e di un pollice sullo schermo: informarsi, associarsi, sostenere rivendicazioni comuni, pretendere risposte, anche quando il problema riguarda il vicino e non ancora tutti noi.

 

📣 La libertà si esercita, la sudditanza si lascia amministrare.

 

Forse il nostro prossimo Rinascimento comincerà da una frase meno elegante, ma più utile di «tanto non cambia niente»: «Ci organizziamo?»

 

avv. Giovanni Bonomo – Candide C.C.

 

🎥 Video di Matteo Gracis 👇  
           https://www.youtube.com/shorts/iMKYd6eCRLU  


#Libertà #CittadiniNonSudditi #Partecipazione #DirittiSociali #PensieroCritico #MatteoGracis #CandideCC








9/30/2026

Quando non è la politica a irrompere nella vita, ma la vita a irrompere nella politica. Il ritorno di Alessandro Di Battista

 

Il ritorno di Alessandro Di Battista in televisione, dopo l’intervento per un tumore al cervello, ha mostrato qualcosa che va oltre la politica: la fragilità, il coraggio e la necessità di riprendersi, giorno dopo giorno, i propri spazi di libertà. Un racconto umano intenso, tra malattia, informazione, Cuba, guerra, pace e futuro politico. 

 Ci sono momenti nei quali la politica, con tutto il suo rumore, le sue polemiche e le sue piccole miserie quotidiane, improvvisamente tace... perché irrompe la vita, quella vera e piena. 

Rivedere Alessandro Di Battista a DiMartedì è stato, per me, rasserenante ma anche doloroso. Rasserenante perché era lì, doloroso perché i segni di ciò che ha attraversato erano visibili: il volto cambiato, la voce più bassa, un’espressione inevitabilmente diversa da quella energica alla quale eravamo abituati. 

Ma dietro quella fragilità fisica era rimasto intatto qualcosa di molto più difficile da operare: il carattere. Di Battista ha raccontato che il malore avuto a Cuba era stato provocato da un edema cerebrale dovuto alla presenza di un tumore. I medici cubani, secondo il suo racconto, sono riusciti prima a ridurre l’edema e poi a intervenire chirurgicamente, asportando quasi interamente il tumore. Ora dovrà affrontare le successive terapie. 

E ha pronunciato una frase che, forse più di tutte, restituisce il senso di ciò che sta vivendo: «Ogni giorno mi riprendo degli spazi di libertà». 

Non ha promesso miracoli, non ha recitato la parte dell’eroe invincibile, ha respinto anzi, esplicitamente, quella retorica del “guerriero” che spesso imponiamo persino ai malati, quasi che guarire fosse una prova di carattere e ammalarsi una colpa. 

Il suo pensiero è stato molto più concreto: lui deve curarsi e mantenere un atteggiamento positivo; quelli che «non devono mollare», ha detto, sono i medici. Una frase asciutta. E, proprio per questo, difficile da dimenticare. 

Così, già prima toccato dalla umana vicenda ho deciso, terminato l’intervento televisivo, di scrivere alcune considerazioni.

 Quando la malattia diventa clickbait

 La prima riguarda il giornalismo.

 Di Battista ha raccontato di avere letto dal letto d’ospedale ricostruzioni che lo davano in coma — coma nel quale, ha precisato con amara ironia, non era mai entrato — bollettini sanitari inventati e persino notizie che lo indicavano più volte come morto. 

Contemporaneamente circolava la polemica sul presunto “volo di Stato” per riportarlo in Italia. Anche su questo ha chiarito che il rientro è avvenuto mediante un volo sanitario coperto dalla propria assicurazione e che l’ipotesi di un volo di Stato, secondo quanto da lui riferito, non era mai stata presa in considerazione.

C’è qualcosa di profondamente disturbante quando la velocità dell’informazione diventa più importante della verità dell’informazione: una persona combatte con una diagnosi drammatica e, intorno, qualcuno combatte per arrivare prima con un titolo. 

Non è soltanto un problema di buon gusto, è un problema di giornalismo, di etica dell’informazione.

 Cuba: la medicina dove manca perfino l’acqua

Poi c’è Cuba.

Di Battista ha raccontato di essere stato sottoposto a quella che ha definito un’operazione «raffinatissima» in un ospedale nel quale mancava persino l’acqua e dove le difficoltà materiali arrivavano, secondo quanto riferitogli dal medico, anche alla possibilità di sterilizzare in assenza di corrente elettrica.

 È stato Di Battista stesso a collegare questa condizione anche all’embargo statunitense. Sul piano fattuale, le restrizioni economiche e commerciali statunitensi nei confronti di Cuba esistono da decenni e sono tuttora in larga parte incorporate nella legislazione americana; altra questione, naturalmente, è stabilire quanto ciascuna specifica carenza del sistema cubano dipenda dalle sanzioni e quanto già da fattori economici e politici interni.

 Ma resta un'immagine difficile da rimuovere: un neurochirurgo che compie un intervento delicatissimo mentre intorno mancano beni che in Europa considereremmo il minimo sindacale della chirurgia moderna.

La domanda politica sul “campo largo”

Di Battista non ha rinunciato, neppure in un momento come questo, a porre una questione politica precisa. Ha osservato che, se su un tema per lui dirimente come la guerra in Ucraina la posizione del Partito Democratico viene percepita come sostanzialmente coincidente con quella del governo Meloni, resta aperto un problema di rappresentanza per quella parte dell’elettorato (non solo di sinistra) che considera pace, riarmo e politica estera questioni decisive. 

La domanda esiste ed è politicamente rilevante: dove trova rappresentanza l’elettore che non riconosce in quella linea la propria idea di politica estera? È un interrogativo che precede le formule elettorali.

Poi la vita cambia il programma

È arrivata infine la domanda che molti aspettavano.

Giovanni Floris gli ha chiesto se intendesse candidarsi. La risposta è stata forse il passaggio più doloroso dell’intervista.

 Di Battista ha spiegato che con il suo movimento Schierarsi erano stati compiuti passi che avrebbero consentito almeno di valutare una partecipazione elettorale. Poi, però, ha aggiunto una frase tanto semplice quanto definitiva nel suo significato umano: la vita è imponderabile.

Adesso la priorità sono le cure. Dovrà iniziare presto le terapie e Schierarsi, ha spiegato, continuerà a crescere in vista delle future tornate elettorali. Non ha quindi annunciato in termini assoluti la fine del progetto politico; ha invece chiarito che, in questa fase, la propria candidatura passa inevitabilmente in secondo piano.

 Ed è forse questo il punto nel quale ogni commento politico diventa piccolo: facciamo programmi, costruiamo progetti, immaginiamo battaglie future... poi arriva la vita, bussa alla porta senza appuntamento e cambia l’ordine del giorno.

 Floris, il controcampo poteva aspettare

 Una nota, infine, televisiva.

 Giovanni Floris ha dato in questi anni a Di Battista ampio spazio per esprimersi, anche quando le sue posizioni erano controcorrente. Ma una domanda me la permetto.

 Era davvero necessario, proprio mentre Di Battista raccontava una vicenda personale di tale gravità, insistere più volte sul controcampo politico, mostrando Matteo Renzi in attesa del successivo intervento?

 Capisco le esigenze televisive, capisco la scaletta, capisco persino quella grammatica permanente dello scontro che ormai accompagna i talk show come la musica nei supermercati. Ma esistono momenti nei quali persino la televisione potrebbe concedersi il lusso rivoluzionario del silenzio.

 Non tutto deve diventare duello, non tutto ha bisogno di un antagonista nell’inquadratura. A volte basta un uomo che parla.

Ogni giorno, uno spazio di libertà

È questa, alla fine, l’immagine che mi resta.

Non il politico, non l’ex parlamentare, on il possibile candidato. Ma un uomo che compare davanti a una telecamera dopo un intervento al cervello e dice, senza enfasi:

"Ogni giorno mi riprendo degli spazi di libertà".

Non sappiamo quale sarà il percorso delle cure e sarebbe irresponsabile trasformare una diagnosi medica in una previsione, sappiamo ciò che lui stesso ha raccontato: che sta progressivamente recuperando normalità, che dovrà affrontare nuove terapie e che, almeno per ora, la politica attiva deve cedere il passo alla salute.

 Sul piano politico resta invece aperta una questione: per una parte dell’elettorato contrario al riarmo e critico verso l’attuale linea sull’Ucraina, la ricerca di una rappresentanza continua. Le parole di Di Battista sul “campo largo” rendono evidente che il problema non può essere risolto soltanto invocando la logica del “meno peggio”: richiede un confronto sui contenuti, prima ancora che sulle alleanze.

 Ma oggi questo viene dopo. Prima viene Alessandro Di Battista, con il suo percorso di cura e con quella libertà che, giorno dopo giorno, dice di volersi riprendere.

 A chi crede resta la preghiera, per lui e per l’auspicata pace nel mondo, a chi non crede, come lo scrivente, resta qualcosa di altrettanto umano: la vicinanza intellettuale e morale.

 Milano, 30. 9.2026
          avv. Giovanni Bonomo – Candide C.C.



 

 

9/25/2026

La moneta può disarmare il potere? Da Bitcoin a CandideCoin, leggendo L’AntiCripto

 

Una criptovaluta può aprire spazi di libertà a chi subisce censura e repressione finanziaria. Può anche alimentare speculazione, frodi e nuove concentrazioni di ricchezza. Il libro di Francesco Giordano ci obbliga a tenere insieme queste due possibilità e a chiederci quale uso della tecnologia vogliamo sostenere.

Nel giugno del 2022 scrivevo che Bitcoin poteva diventare uno strumento di democrazia, persino una valuta di unificazione e di pace. Lo scrivevo dopo l’Oslo Freedom Forum, dove la Human Rights Foundation aveva dedicato un percorso alla libertà finanziaria e una formazione pratica sull’uso di Bitcoin agli attivisti esposti a conti congelati, controlli sui capitali e svalutazione delle monete nazionali. In quel contesto, poter ricevere una donazione o conservare risparmi fuori dalla portata immediata di un governo autoritario aveva un significato assai più concreto dell’ennesima previsione sul prezzo del giorno dopo

A quattro anni di distanza, L’AntiCripto. Finanza del futuro, utopia libertaria o truffa del secolo?, di Francesco Giordano, presentato il 22 settembre 2026 alla Casa della Cultura di Milano, mi invita a tornare su quelle parole. Il titolo pone tre ipotesi; il pregio del libro, almeno nella sua presentazione pubblica e nel testo con cui l’autore ne illustra l’impianto, è prendere sul serio la domanda che le attraversa: chi guadagna davvero dalla libertà promessa dalle criptovalute?

Giordano, saggista e dirigente bancario, parte dal sogno di una moneta digitale senza banche né Stati e ne segue la trasformazione in un circuito finanziario globale capace di attirare grandi capitali. Guarda alla volatilità, alle fortune improvvise e ai crolli; soprattutto, teme che la fuga dalle regole diventi una via d’uscita dalle responsabilità fiscali e civili. È una critica che merita ascolto. Se il vantaggio della decentralizzazione finisse soprattutto nelle mani di chi dispone già di patrimoni, consulenti e vie di fuga, avremmo trasferito il potere senza distribuirlo.

Eppure la vicenda raccontata a Oslo continua a porre una domanda scomoda anche ai critici delle cripto. Che cosa diciamo alla persona cui viene bloccato un conto per le sue idee? A chi non può ricevere sostegno oltre frontiera? La possibilità di sottrarsi a un controllo finanziario può servire a occultare un illecito; può servire anche a mantenere in vita una voce dissidente. La differenza non è piccola, e il diritto non può permettersi di ignorarla. La stessa Human Rights Foundation incluse tra i temi del Forum del 2022 la compatibilità fra Bitcoin e democrazia: un interrogativo, prima ancora che una risposta.

Qui la lettura di Giordano incontra, e mette alla prova, la mia posizione di allora. Avevo visto nella matrice libertaria di Bitcoin una possibilità di emancipazione. La riconosco ancora. Oggi formulerei però con maggiore cautela l’auspicio di una valuta mondiale di pace: una rete monetaria aperta può aiutare persone e associazioni, ma il suo codice non contiene alcun impegno contro la guerra. Può circolare tanto una donazione per i diritti umani quanto denaro destinato a scopi opposti: non basta chiamare una tecnologia “libera” perché i suoi effetti siano giusti.

È da questa esigenza di dare una direzione civile alla libertà tecnologica che nasce CandideCoin, emanazione del Centro Culturale Candide. Ne ho immaginato la matrice libertaria in continuità con quella di Bitcoin, affidandole però una finalità dichiarata: promuovere il disarmo e una cultura di pace. CandideCoin è stato presentato come la prima criptovaluta pacifista e disarmista al mondo. Questa è la sua ambizione e la sua identità pubblica; a renderla credibile nel tempo saranno gli usi concreti, la trasparenza e la capacità di tradurre l’idea in iniziative verificabili. Una buona intenzione iscritta nel nome di una moneta è un inizio, non ancora un risultato (https://assodigitale.it/la-trasparenza-degli-algoritmi-perche-ci-riguarda-tutti-intervista-allavv-giovanni-bonomo/) Per questo considero L’AntiCripto una lettura utile anche per chi, come me, non intende rinunciare all’orizzonte libertario delle criptovalute. Giordano ci costringe a guardare ciò che l’entusiasmo tende a lasciare sullo sfondo: la concentrazione della ricchezza, il richiamo del guadagno facile, il rischio che strumenti nati per ridurre le intermediazioni generino nuovi intermediari altrettanto potenti e assai meno responsabili. Il suo sguardo critico è più convincente quando ci chiede di seguire il denaro e i suoi beneficiari; lascia invece aperta, per chi voglia discuterla, la questione di come proteggere gli usi civili della finanza aperta senza consegnarli agli abusi.

Tra l’utopia libertaria e la truffa evocata da Giordano, CandideCoin sceglie di porre una domanda più radicale: a che cosa deve servire la libertà conquistata con una nuova moneta? Se serve soltanto ad accumulare ricchezza o a sottrarsi alle proprie responsabilità, avremo cambiato gli strumenti, lasciando intatto il mondo che li governa. CandideCoin nasce dal Centro Culturale Candide per dare alla libertà finanziaria una direzione dichiarata: il disarmo, il rifiuto della guerra, la costruzione di una cultura della pace. Un progetto che dovrà misurarsi con la trasparenza dei suoi atti, oltre che con la forza delle sue idee.

Oggi, dopo la lettura di Giordano, penso che quella possibilità dipenda anche dal fine per cui scegliamo di usare la tecnologia. La rivoluzione di civiltà che immagino non è una moneta capace di salire alle stelle, ma un’umanità capace di rinunciare alle armi. Se CandideCoin contribuirà a trasformare la libertà di scambiare in libertà dalla paura della guerra, avrà dato alla parola valore un significato che nessun mercato può quotare.

avv. Giovanni Bonomo – Candide C.C.

Riferimenti: il mio articolo del 9 giugno 2022, la presentazione del libro e del suo impianto sul sito dell’autore e la registrazione dell’incontro alla Casa della Cultura. La registrazione non era consultabile direttamente per questa stesura; non attribuisco quindi ai relatori interventi o parole pronunciati durante l’incontro.

 

8/29/2026

Sionismo e antisemitismo. Il video STOP SION di Angelo Cianti

         

Criticare il sionismo, lo Stato d’Israele e le sue politiche è pienamente legittimo, ma quando dalla critica di un’ideologia politica si passa alla rappresentazione di una presunta etnia occulta che controllerebbe finanza, media, governi e destini del mondo, cambia completamente il terreno del discorso. Il video STOP SION di Giovanni Angelo Cianti offre l’occasione per riflettere su un confine che, soprattutto oggi, è necessario mantenere molto netto.

Seguo da tempo con interesse le pubblicazioni di Giovanni Angelo Cianti e anche i suoi video in YouTube. Uno di questi, da ultimo editato, è STOP SION, dedicato al sionismo e alle presunte forze che ne avrebbero determinato nascita, sviluppo e potere mondiale.

 

È giusto precisare, come lo si fa anche in questo video, che ebraismo, popolo ebraico, sionismo e Stato d’Israele sono realtà diverse, storicamente e concettualmente, e che criticare il sionismo come movimento politico e nazionalista non equivale affatto, di per sé, a nutrire ostilità verso gli ebrei.

Lo chiarisce persino la Jerusalem Declaration on Antisemitism, elaborata da studiosi di storia ebraica, antisemitismo, Shoah e Medio Oriente: opporsi al sionismo come forma di nazionalismo o discutere differenti assetti politici e costituzionali per israeliani e palestinesi non costituisce, in sé, antisemitismo.

Ma le mie perplessità sulle tesi di STOP SION derivano dal fatto che, almeno nella parte più estrema della sua costruzione, il discorso si sposta progressivamente da un’ideologia politica storicamente determinata a una sorta di soggetto occulto transnazionale, identificato con “falsi ebrei ashkenaziti”, al quale vengono attribuiti contemporaneamente comunismo, nazismo, controllo della finanza, dei media, della farmaceutica e della politica internazionale.

A quel punto non siamo più davanti alla storia delle idee o alla geopolitica, siamo invece davanti alla struttura narrativa classica del complotto universale.

È uno schema antico e straordinariamente resistente: tutto ciò che appare contraddittorio nella storia smette di esserlo perché dietro i protagonisti ufficialmente contrapposti agirebbe, in realtà, il medesimo burattinaio.

Capitalismo e comunismo? Stesso burattinaio, nazismo e bolscevismo? Stesso burattinaio, finanza internazionale, stampa, industria farmaceutica, governi? Sempre lui.

Una teoria del genere possiede un indubbio vantaggio dialettico: non può mai essere smentita, perché qualsiasi elemento contrario diventa automaticamente la prova dell’abilità del complotto nel nascondersi.

È la versione geopolitica del gatto di Schrödinger: il congiurato è contemporaneamente ovunque e da nessuna parte, ma una teoria che spiega tutto, proprio per questo, rischia di non spiegare più nulla.

Più grave è il recupero di immagini e categorie che appartengono direttamente alla storia dell’antisemitismo europeo: l’idea che gli ebrei esercitino segretamente un controllo coordinato su banche, governi, stampa e società è infatti il cuore narrativo dei famigerati Protocolli dei Savi di Sion, il falso antisemita comparso nella Russia zarista all’inizio del Novecento e successivamente smascherato come contraffazione e plagio.

Quel testo non è interessante perché vero — non lo è — ma perché ha fornito per oltre un secolo una specie di software narrativo del complottismo antiebraico: cambiano i protagonisti, cambiano le crisi, cambiano le tecnologie, ma l’architettura rimane sorprendentemente identica.

Ancor più inquietante è l’evocazione dei sacrifici rituali. Qui non siamo nemmeno più nel Novecento, ma ritorniamo direttamente alla medievale blood libel: la falsa accusa secondo cui gli ebrei utilizzerebbero sangue di non ebrei, spesso bambini cristiani, per finalità rituali… una leggenda che nei secoli contribuì a persecuzioni e pogrom e che sarebbe poi stata recuperata dalla propaganda nazista.

Sembra proprio un’ archeologia dell’odio presentata come rivelazione contemporanea, e pure la centralità attribuita all’origine cazara degli ashkenaziti merita cautela.

L’ipotesi cazara ha una sua storia storiografica e non è proibito discuterla, ma trasformarla da ipotesi sulle origini di alcune popolazioni in prova dell’esistenza di una falsa identità ebraica è un salto logico enorme. E soprattutto le principali analisi genetiche genome-wide non hanno trovato evidenze di una sostanziale origine cazara degli ashkenaziti, mostrando invece una storia genetica molto più complessa, con componenti mediorientali ed europee.

Ma c'è soprattutto una domanda che precede persino la genetica: che cosa c'entra il DNA con la legittimità di una politica?

Se anche domani un laboratorio dimostrasse che Theodor Herzl discendeva direttamente da Gengis Khan, il giudizio sul sionismo non cambierebbe di una virgola, perché le idee politiche si giudicano sulle idee, le azioni sugli effetti, gli Stati sul diritto, non sugli aplogruppi.

Ed è proprio questa ossessione genealogica a rivelare il punto debole di certe costruzioni: invece di esaminare responsabilità precise — governi, partiti, lobby, istituzioni, uomini — si cerca una continuità biologica capace di spiegare il potere.

È qui che la critica politica rischia di trasformarsi in essenzialismo etnico.

Contestare le politiche israeliane, denunciare le sofferenze della popolazione palestinese, criticare gli insediamenti nei territori occupati, discutere l'influenza delle lobby filoisraeliane, mettere in discussione il sionismo o persino considerarlo un nazionalismo storicamente fallimentare sono posizioni politiche discutibili come tutte le altre, ma pienamente ammesse nel confronto democratico; persino la definizione IHRA, assai più estensiva della Jerusalem Declaration, precisa che una critica di Israele analoga a quella rivolta a qualsiasi altro Paese non può essere considerata antisemita.

Altra cosa è sostenere che gli ebrei come collettività, ribattezzati “ashkenaziti” o “sionisti”, controllino segretamente economia, informazione, medicina e governi.

Questo è, a mio parere, il limite più evidente di STOP SION: il video parte da una domanda politica perfettamente legittima — quale ruolo abbia avuto e abbia oggi il sionismo nella storia del Medio Oriente e negli equilibri internazionali — ma finisce per dilatare il proprio oggetto fino a trasformarlo in una teoria generale della storia universale.

Ed è un peccato, perché il potere reale è già abbastanza interessante senza bisogno di inventargli proprietà ataviche e genealogiche: esistono lobby, esistono gruppi di pressione, esistono concentrazioni finanziarie, esistono apparati militari-industriali, esistono reti mediatiche, esistono governi che mentono, alleanze che condizionano le decisioni democratiche e interessi economici capaci di pesare enormemente sulle politiche pubbliche.

Allora studiamoli, facciamo nomi, documentiamo finanziamenti, analizziamo bilanci, ricostruiamo catene decisionali, verifichiamo responsabilità. È il metodo empirico che impronta ogni ricerca condotta in modo storicamente attendibile: fatti, fonti, prove, non lo dico solo da giurista, ma da studioso della storia.

Sostituire tutto questo con una presunta etnia che attraverserebbe i secoli manovrando contemporaneamente Marx e Hitler, Wall Street e Mosca, i giornali e le multinazionali farmaceutiche non rende la critica più radicale, la rende a contrario soltanto più fragile.

E soprattutto offre il migliore regalo possibile proprio a coloro che vorrebbero impedire qualsiasi critica seria alle politiche israeliane: poter liquidare ogni dissenso come antisemitismo. Paradossalmente, dunque, il complottismo non aiuta l’antisionismo, lo scredita e basta.

La critica al sionismo può essere severa, persino radicale, senza bisogno di rispolverare linee di sangue, genealogie razziali e burattinai universali. Anzi, proprio perché oggi la questione israelo-palestinese richiede parole libere, occorre essere ancora più rigorosi nell'usarle.

Perché la libertà di pensiero non consiste nel credere a tutto ciò che il pensiero dominante ci invita a respingere, consiste nel pretendere prove anche dalle idee che ci piacerebbe fossero vere.

È una disciplina assai meno spettacolare del complotto, ma, alla lunga, molto più rivoluzionaria.

Rapallo, 29. 8.2026
         avv. Giovanni Bonomo – Candide C.C.

 




7/31/2026

Giusnaturalismo e positivismo: quale rapporto tra diritto e morale?

 

Il rapporto tra diritto e morale attraversa l’intera storia della filosofia, ma viene spesso impoverito da contrapposizioni schematiche: da una parte il giusnaturalismo, ridotto alla formula secondo cui la legge ingiusta non sarebbe legge; dall’altra il positivismo giuridico, rappresentato come una teoria indifferente ai valori. Entrambe le letture sono fuorvianti: il problema non consiste nello stabilire se il diritto contenga valori - perché ogni ordinamento seleziona interessi, distribuisce poteri e tutela determinate aspettative - ma nel comprendere se la conformità morale costituisca una condizione necessaria della sua validità. Se non lo è, la domanda decisiva non è quanto diritto e morale siano vicini, bensì quale funzione attribuiamo oggi al diritto e quale limite intendiamo opporre all’arbitrio del potere.

In memoria di Uberto Scarpelli
e delle sue lezioni universitarie di filosofia del diritto, affronto con questo articolo la vexata quaestio dei rapporti tra diritto e morale.


 Diritto e morale: un’antica disputa che rischia di parlare soltanto a se stessa

 Il diritto nasce, almeno nella sua rappresentazione moderna, per sottrarre la convivenza civile all’arbitrio, alla vendetta privata e alla forza incontrollata. La norma scritta, la prevedibilità delle conseguenze, la legalità delle pene e il principio nullum crimen, nulla poena sine lege non costituiscono semplici tecnicismi, sono conquiste storiche dirette a impedire che il potere possa decidere, volta per volta, chi colpire e con quale misura.

 Tuttavia, sarebbe ingenuo identificare il diritto soltanto con una barriera contro la prevaricazione: il diritto limita il potere, ma contemporaneamente lo costituisce, impedisce determinati comportamenti, ma ne autorizza altri, protegge alcuni interessi, ne sacrifica altri, distribuisce risorse, riconosce identità, attribuisce competenze e stabilisce chi possa decidere per chi.

 Il diritto è dunque insieme limite e strumento, garanzia e organizzazione, difesa dall’arbitrio e tecnica di governo. Da questa ambivalenza nasce la domanda che accompagna da secoli la filosofia giuridica: quale rapporto esiste tra diritto e morale?

 La questione appare semplice soltanto finché non si prova a chiarire che cosa si intenda per “diritto”, per “morale” e, soprattutto, per “rapporto”.


 Le molte morali nascoste dentro una sola parola

 Una parte rilevante della disputa deriva dall’uso polisenso del termine “morale”.

Con esso possiamo indicare la morale positiva, ossia l’insieme delle convinzioni, delle consuetudini e dei valori effettivamente condivisi da una comunità in un determinato momento storico. Ma possiamo riferirci anche a una morale critica, vale a dire a criteri attraverso i quali giudichiamo le stesse convinzioni sociali, denunciandole eventualmente come ingiuste, oppressive o discriminatorie.

 La differenza è decisiva.

 Una legge può essere perfettamente conforme alla morale positiva di una società e risultare, allo stesso tempo, intollerabile alla luce di una morale critica. La storia offre numerosi esempi di discriminazioni, segregazioni e limitazioni dei diritti che non erano affatto percepite come scandalose dalla maggioranza dei contemporanei.

 Quando si afferma che il diritto è necessariamente connesso alla morale, occorre quindi domandarsi: a quale morale? Alla morale dominante? A un sistema etico universale? Ai principi costituzionali? Alla morale personale del giudice? A una teoria razionale della giustizia?

 Senza questa precisazione, il confronto tra giusnaturalismo e positivismo rischia di diventare una battaglia fra formule.

 

Giusnaturalismo: non soltanto “la legge ingiusta non è legge”

 Il giusnaturalismo non è una teoria unica: nel corso della storia ha assunto forme religiose, razionalistiche, classiche, moderne e costituzionalistiche. 

Il suo nucleo comune consiste nell’idea che il diritto positivo non esaurisca l’intera esperienza giuridica e che esistano criteri superiori attraverso i quali valutarne la legittimità, tali criteri possono derivare dalla natura umana, dalla ragione, dalla dignità della persona, dai diritti fondamentali o da un ordine morale oggettivo. 

Ridurre questa complessa tradizione alla massima lex iniusta non est lex significa banalizzarla. 

Quella formula non deve necessariamente essere interpretata nel senso che ogni disposizione ingiusta sia giuridicamente inesistente: invero può significare che una legge radicalmente ingiusta è giuridicamente difettosa, perde la propria pretesa di obbedienza o cessa di meritare pienamente il nome di diritto. 

Il giusnaturalismo più avvertito non nega che un regime ingiusto possa produrre norme effettive, applicate da tribunali e sostenute dalla forza, contesta piuttosto che la validità formale sia sufficiente a fondare un obbligo morale di obbedienza. 

Qui si incontrano due domande diverse:

una norma appartiene validamente a un ordinamento?
         e
         una norma merita di essere obbedita?

 Confondere questi due interrogativi significa perdere il cuore del problema.

 

Positivismo giuridico: la separabilità non è indifferenza morale

 Il positivismo giuridico viene spesso accusato di trasformare il diritto in un insieme di comandi privi di valori, quasi che riconoscere la validità di una norma equivalesse ad approvarla moralmente.

 Ma la tesi positivistica più importante non sostiene che diritto e morale non abbiano mai rapporti. Afferma qualcosa di più limitato e più rigoroso: non esiste una connessione concettualmente necessaria tra validità giuridica e correttezza morale.

 Una norma può essere valida perché prodotta secondo le procedure previste dall’ordinamento, pur essendo moralmente riprovevole. Proprio questa distinzione consente di criticare una legge ingiusta senza dover fingere che non sia mai esistita.

 Il positivismo non nega che il diritto incorpori valori, ogni ordinamento tutela la proprietà, la libertà, la sicurezza, la dignità, l’uguaglianza o determinate concezioni della famiglia e dell’economia. Anche la scelta di garantire la certezza del diritto è una scelta dotata di valore.

 La tesi della separabilità afferma semplicemente che tali valori non costituiscono sempre e necessariamente il criterio ultimo per riconoscere l’esistenza di una norma giuridica.

 Herbert Hart ha espresso questa posizione attraverso il riferimento alla regola di riconoscimento, ossia alla pratica sociale mediante la quale una comunità giuridica individua le fonti valide del diritto. In alcuni ordinamenti tale regola può includere criteri morali, come accade quando una Costituzione rinvia alla dignità, alla ragionevolezza o all’eguaglianza, ma questa inclusione è una caratteristica contingente di quello specifico sistema, non una necessità logica di ogni diritto possibile.

 Da qui nasce la distinzione tra positivismo inclusivo, che ammette la possibilità che criteri morali entrino tra i criteri di validità, e positivismo esclusivo, che tende invece a mantenere più netta la separazione fra fonti sociali e valutazioni morali.

 Le elaborazioni di Hart, di Joseph Raz e, più recentemente, di Matthew Kramer dimostrano che il positivismo non è un blocco monolitico, la sua crisi contemporanea deriva forse non dalla mancanza di raffinatezza, ma dall’eccesso opposto: un dibattito sempre più interno, specialistico e autoreferenziale, nel quale le classificazioni rischiano di sostituire i problemi reali.

 

Una legge ingiusta resta legge?

 La domanda viene spesso formulata come se imponesse una scelta definitiva.

O la legge ingiusta è diritto, e allora il positivismo avrebbe vinto; oppure non lo è, e avrebbe ragione il giusnaturalismo.

 Ma una prospettiva meno scolastica consente di distinguere diversi livelli.

 Una legge ingiusta può:

· essere formalmente valida;

· essere effettivamente applicata;

· produrre conseguenze giuridiche;

· essere moralmente illegittima;

· non generare alcun dovere morale di obbedienza;

· essere incompatibile con principi costituzionali superiori;

· dover essere disapplicata, annullata o superata.

 Non tutte queste proposizioni appartengono allo stesso discorso.

 Il diritto positivo può descrivere una norma come valida; la filosofia morale può giudicarla intollerabile; la teoria costituzionale può individuarne l’invalidità sopravvenuta o originaria; la politica del diritto può proporne l’abrogazione.

 Molte dispute apparentemente insanabili nascono dal passaggio “clandestino” da un livello all’altro.

 

Discorsi sul, del, per e con il diritto

 Per comprendere meglio il problema è utile distinguere almeno quattro forme del discorso giuridico.

 Il discorso sul diritto

 È il discorso teorico, descrittivo e metalinguistico.

 La filosofia del diritto, la sociologia giuridica, la storia del diritto e una parte della teoria generale non prescrivono direttamente comportamenti, studiano che cosa sia il diritto, come funzioni, quali strutture possieda, quali valori incorpori e quali effetti produca.

 Quando discutiamo della validità, dell’effettività, della giustizia o della funzione sociale delle norme, stiamo parlando sul diritto.

 Questo discorso non ha, di per sé, forza vincolante, può influenzare giudici e legislatori, ma non diventa fonte soltanto perché filosoficamente persuasivo.

 Il discorso del diritto

 È il linguaggio attraverso il quale l’ordinamento parla.

 Le leggi comandano, vietano, autorizzano, attribuiscono competenze e producono conseguenze, le sentenze decidono controversie, i provvedimenti amministrativi incidono sulle posizioni soggettive, i contratti costituiscono regole tra le parti.

 Questo è il discorso propriamente normativo del diritto.

 Occorre però evitare una frequente imprecisione: la scienza giuridica non possiede automaticamente forza di legge, il giurista interpreta e ricostruisce le norme; non le crea per il solo fatto di descriverle, la sua autorità può essere culturale, tecnica o persuasiva, ma non coincide con quella della fonte normativa.

 Il discorso per il diritto

 È il discorso che difende, giustifica, riforma o promuove una determinata concezione giuridica.

 Appartengono a questa categoria la politica legislativa, l’argomentazione pubblica, la difesa dei diritti fondamentali, le proposte di riforma e persino alcune forme di attivismo giudiziario o accademico.

 Parlare per il diritto significa sostenere quale diritto dovremmo avere, quali valori esso dovrebbe proteggere e in quale direzione dovrebbe evolvere.

 È qui che il confine tra diritto, morale e politica diventa più permeabile… non perché le discipline coincidano, ma perché ogni progetto di riforma presuppone una scelta tra interessi e valori concorrenti.

 Il discorso con il diritto

 È infine il diritto come pratica e come tecnologia sociale.

 Si governa con il diritto, si stipulano accordi con il diritto, si regolano mercati con il diritto, si proteggono opere creative e dati personali con il diritto. Ma con il diritto si possono anche consolidare gerarchie, restringere libertà e conferire una veste formale a rapporti di forza.

 Il discorso con il diritto non si limita a descrivere o prescrivere, usa l’apparato giuridico per produrre effetti nel mondo.

 Questa dimensione pragmatica è spesso trascurata dalle teorie troppo concentrate sulla definizione astratta di validità, eppure è proprio nell’uso concreto delle norme che si misura il senso sociale del diritto.

 

La modernità e la separazione delle sfere

 La distinzione tra diritto e morale non è soltanto una costruzione concettuale, è anche il risultato di una trasformazione storica.

 Le società moderne hanno progressivamente separato religione, morale, politica, economia e diritto; invero la crescente divisione del lavoro sociale ha reso impossibile affidare l’intera regolazione della convivenza a un’unica concezione condivisa del bene.

 Il diritto moderno non chiede necessariamente ai cittadini di essere virtuosi, pretende, più modestamente, che rispettino determinate regole esterne, consentendo la convivenza tra persone portatrici di convinzioni etiche diverse.

 Questa separazione ha prodotto libertà, ma anche frammentazione.

 Ha impedito allo Stato di imporre integralmente una morale ufficiale, ma ha reso il diritto più tecnico, specialistico e lontano dall’esperienza comune. La proliferazione normativa, la complessità amministrativa e il linguaggio autoreferenziale delle istituzioni rischiano oggi di trasformare la legalità in un codice comprensibile soltanto agli addetti ai lavori.

 Perciò la crisi contemporanea non riguarda soltanto il positivismo, riguarda il modo in cui pensiamo e viviamo il diritto.

 

Il dovere giuridico non coincide con il dovere morale

 Il filosofo Herbert Hart ha mostrato che occorre distinguere, semplicemente, l’essere costretti dall’avere un obbligo.

 Chi consegna il denaro a un rapinatore è obbligato dalla minaccia, ma non per questo riconosce una regola come criterio di condotta. L’obbligo giuridico presuppone invece una pratica normativa nella quale determinate regole vengono accettate, almeno dagli operatori istituzionali, come standard comuni.

 Ciò non significa che ogni obbligo giuridico sia anche morale.

 Posso avere l’obbligo giuridico di pagare un’imposta e contestarne la giustizia, posso essere moralmente tenuto a soccorrere una persona anche quando nessuna norma mi impone di farlo, posso infine trovarmi davanti a una legge che pretende obbedienza, mentre la coscienza morale impone resistenza.

 Il dovere morale riguarda l’agente come soggetto responsabile, il dovere giuridico riguarda la posizione occupata all’interno di un sistema di regole.

 Le due dimensioni possono coincidere, divergere o entrare apertamente in conflitto. Il problema non viene risolto dichiarando una delle due irrilevante, deve essere affrontato sul piano dell’argomentazione, delle istituzioni e della responsabilità individuale.

 

Né morale, né cum morale: il diritto come disciplina autonoma

 Dire che il diritto è sine morale può essere corretto soltanto a una condizione: che si tratti di una distinzione metodologica, non dell’affermazione che il diritto viva in assenza di valori.

 Il diritto può essere “senza morale” quanto al criterio necessario della propria esistenza: una norma non cessa automaticamente di appartenere all’ordinamento perché è moralmente cattiva.

 Ma il diritto non è mai storicamente privo di scelte morali e politiche.

 Ogni ordinamento decide quali beni proteggere, quali rischi tollerare, chi debba sostenere i costi sociali e quali libertà possano essere sacrificate. Persino l’inerzia normativa favorisce qualcuno e danneggia qualcun altro.

 Il diritto, dunque, non coincide con la morale; non è necessariamente cum morale; ma non è nemmeno un meccanismo neutrale caduto dal cielo. È una costruzione istituzionale storicamente situata, prodotta da rapporti sociali e destinata a incidere su di essi.

 

Oltre la disputa: una concezione pragmatica del diritto

 Forse è giunto il momento di ridimensionare la domanda tradizionale - diritto e morale sono separati o connessi? - e sostituirla con interrogativi più concreti.

 Quale problema vuole risolvere una norma?
          Quali interessi protegge?
          Chi beneficia della sua applicazione?
          Chi ne sopporta i costi?
          Quali poteri limita e quali, invece, rafforza?
          Quali strumenti offre alla persona per contestare la decisione dell’autorità?

 Queste domande non eliminano la filosofia del diritto, la riportano alla sua funzione originaria: comprendere criticamente l’esperienza giuridica senza trasformarsi in una tassonomia autoreferenziale.

 Una teoria pragmatica non rinuncia ai principi, li colloca nella storia e ne verifica gli effetti. La dignità, l’eguaglianza, la libertà e la legalità non devono essere trattate come formule ornamentali, devono essere misurate nelle procedure, nelle garanzie, nella distribuzione dei poteri e nella concreta possibilità di opporsi all’arbitrio.

 Il diritto acquista senso quando rende prevedibile il potere, protegge la parte debole, consente il dissenso e mantiene aperta la possibilità della revisione. Perde senso quando viene ridotto a tecnica di conformità o usato come decorazione formale di decisioni già prese altrove.

 

Il senso del diritto prima della sua morale

 La domanda decisiva non è, allora, se il diritto sia morale.

 Un ordinamento può proclamare valori altissimi e tradirli nella pratica, può adottare procedure formalmente impeccabili e produrre risultati sostanzialmente oppressivi, può anche contenere norme moralmente discutibili e, nello stesso tempo, offrire gli strumenti per contestarle e superarle.

 La domanda centrale è quale senso attribuiamo al diritto.

 Se lo consideriamo soltanto il comando dell’autorità, ne perdiamo la funzione garantista, se lo identifichiamo interamente con la giustizia, non riusciamo più a riconoscere e denunciare il diritto ingiusto, se lo trasformiamo in pura morale, affidiamo al giudice o all’interprete un potere potenzialmente illimitato, se lo isoliamo completamente dai valori, dimentichiamo che ogni norma cambia la vita delle persone.

 Serve dunque una teoria capace di tenere insieme autonomia e responsabilità, validità e critica, certezza e giustizia.

 Il diritto non deve essere santificato né demonizzato.

 Deve essere compreso per ciò che storicamente è: una fragile tecnologia della convivenza, costruita per limitare l’arbitrio, ma sempre esposta al rischio di diventarne lo strumento.

 Per questo la critica giuridica deve restare libera dalle strumentalizzazioni politiche e dalle appartenenze di fazione, tornare alle fonti, distinguere le tesi, ricostruire correttamente le posizioni avversarie e valutarne gli effetti concreti non significa sottrarsi al conflitto. Significa impedire che anche la filosofia del diritto diventi propaganda.

 E forse proprio qui si trova il punto di incontro più fecondo tra diritto e morale: non nella loro convergenza, ma piuttosto nella responsabilità di interrogarli entrambi.

 Milano, 30. 7.2026                                                       Avv. Giovanni Bonomo