7/24/2026

Mario Roggero: vittima sì, eroe no.

Sulla vicenda di Mario Roggero mi sono già espresso in https://informautentica.blogspot.com/2026/07/roggero-la-pistola-e-il-televoto-divide.html ma le osservazioni di alcuni miei assistiti che, pur avendomi già letto, mi incalzano per costringermi schierarmi, mi portano a queste ulteriori osservazioni.

Roggero subì una rapina violenta nella propria gioielleria, alla presenza della moglie e della figlia, è stato minacciato e costretto ad aprire la cassaforte. Chi minimizza il terrore di quei momenti probabilmente non ha mai avuto una pistola puntata contro.

Ma essere stati vittime di un delitto non conferisce automaticamente il diritto di commetterne un altro. Ed è precisamente qui che il dibattito pubblico italiano, ormai ridotto a una gara tra tifoserie, perde il contatto con la realtà: da una parte Roggero viene dipinto come un mostro assetato di sangue; dall’altra come un novello Charles Bronson piemontese, interprete della giustizia che lo Stato non avrebbe il coraggio di amministrare.

Le cose sono più semplici e, proprio per questo, più scomode: Mario Roggero è una vittima, ma non è un eroe.

Quando finisce la difesa e comincia la vendetta

Il 15 luglio 2026 la Corte di cassazione ha reso definitiva la condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per l’uccisione di due rapinatori e il ferimento del terzo. I fatti risalgono al 28 aprile 2021: dopo che i rapinatori erano usciti dalla gioielleria e stavano tentando di fuggire, Roggero li inseguì all’esterno e sparò più volte.

La distinzione giuridica fondamentale è tutta qui: se reagisci mentre l’aggressione è in corso, ti difendi; se insegui chi sta fuggendo e gli spari, non stai più respingendo un’aggressione, stai punendo l’aggressore.

E in uno Stato di diritto il cittadino può difendersi, ma non può trasformarsi contemporaneamente in investigatore, pubblico ministero, giudice ed esecutore. Sarebbe certamente un processo rapido, ma avrebbe qualche piccolo problema con la Costituzione.

L’articolo 52 del Codice penale continua a richiedere il pericolo attuale di un’offesa ingiusta e la necessità della reazione difensiva. Anche la riforma del 2019, molto pubblicizzata come la legge del “la difesa è sempre legittima”, non ha introdotto il diritto di sparare alle spalle di chi si sta allontanando: ha rafforzato la tutela di chi respinge un’intrusione violenta, non ha legalizzato la reazione ritardata in assenza del pericolo attuale per la propria vita.

La Corte d’assise d’appello di Torino ha ritenuto che, al momento degli spari, l’aggressione fosse “totalmente conclusa”: i rapinatori erano usciti dal negozio e stavano salendo sull’automobile. Ha inoltre considerato smentita dai filmati la versione secondo cui uno di loro avrebbe nuovamente puntato un’arma contro Roggero.

Anche il successivo racconto del presunto timore che i rapinatori avessero portato via la moglie è stato giudicato non credibile: dalle immagini risulterebbe che Roggero, prima di uscire, si fosse fisicamente incrociato proprio con lei.

Una ricostruzione fantasiosa non diventa vera solo perché nasce dalla paura, e quando si pretende di essere trasformati in simboli nazionali, qualche conto con la verità bisogna pur farlo.

Il turbamento esiste, ma non è licenza di uccidere

Questo non significa ignorare ciò che accade nella mente di chi subisce una rapina.

Un’aggressione armata può provocare panico, alterazione della percezione, perdita di lucidità e reazioni impulsive: non si può pretendere che una persona appena minacciata ragioni con saggezza.

Vero è che il diritto penale deve dialogare molto più seriamente con la psicologia, la psichiatria e le neuroscienze: troppo spesso le aule giudiziarie sembrano luoghi nei quali l’essere umano viene solo scomposto in articoli e commi.

Il turbamento deve invero incidere sulla valutazione della condotta, sull’imputabilità, sull’intensità del dolo e sulla determinazione della pena, deve essere accertato, non proclamato in televisione. Occorrono perizie, dati clinici e ricostruzioni coerenti. Non basta dire: «Ero sconvolto», soprattutto quando le versioni fornite vengono contraddette dalle immagini.

La paura spiega molte azioni, non necessariamente le giustifica tutte.

La “legittima difesa preventiva” è una contraddizione

Da più parti si propone di introdurre una cosiddetta “legittima difesa preventiva”, in base alla quale chi sorprenda un intruso nella propria abitazione o attività commerciale dovrebbe poterlo abbattere senza ulteriori valutazioni.

L’espressione è seducente, soprattutto dopo una rapina, ma giuridicamente è un ossimoro.

La difesa presuppone un pericolo, se il pericolo non è ancora attuale, non è difesa: è prevenzione armata. E se si consente al cittadino di uccidere chiunque entri illegalmente in una proprietà, senza valutare la natura dell’intrusione, la condotta dell’intruso e la concreta minaccia alla persona, non si sta ampliando la legittima difesa, si sta introducendo la figura del giustiziare senza valutare i casi concreti.

Una società civile deve invece, oltre a tutelare il cittadino da ogni intrusione e aggressione, impedire che il possesso di una pistola diventi una delega in bianco a decidere chi possa continuare a vivere.

La politica dell’indignazione a giorni alterni

Resta poi la responsabilità della politica. Da anni alcuni partiti promettono sicurezza, certezza della pena, tutela dei commercianti e una disciplina più chiara della legittima difesa. Quando arriva una sentenza sgradita, gli stessi partiti si precipitano davanti alle telecamere, denunciano i magistrati, invocano la grazia e propongono perfino candidature simboliche, cavalcando lo sdegno popolare.

È una tecnica ormai collaudata, divide et impera, come già scritto. Ma se le leggi sono insufficienti, il Parlamento le modifichi, se i risarcimenti imposti agli autori di reazioni illecite vengono ritenuti sproporzionati, si elaborino criteri più equilibrati, se i commercianti esposti alle rapine devono essere meglio protetti, si rafforzino prevenzione, controllo del territorio, assicurazioni e assistenza legale e psicologica.

Ma non si può trascorrere quasi un’intera legislatura al governo e poi comportarsi, davanti alla sentenza, come un comitato di protesta: sarebbe un po’ come occupare il ministero protestando contro il ministro, dimenticando di essere il ministro.

Ancor meno credibile è l’indignazione selettiva: alcune vittime diventano bandiere nazionali; altre scompaiono dopo poche righe di cronaca. La solidarietà politica sembra spesso dipendere non dalla gravità del fatto, ma dalla sua utilità elettorale.

La giustizia che sembra cambiare, ad onta di una legge “uguale per tutti”, secondo il passaporto della vittima o dell’aggressore.

Il crimine non ha etnia

Nel dibattito sul caso Roggero sono riemersi anche linguaggi razzisti, generalizzazioni sugli immigrati e fantasiose teorie secondo le quali agli stranieri verrebbe sempre riconosciuta l’incapacità di intendere e di volere. È falso giuridicamente e indecente civilmente.

L’incapacità di intendere e di volere non viene concessa in base al colore della pelle, ma deve derivare da una patologia accertata: se in qualche processo è stata riconosciuta senza basi adeguate, si critichi quella decisione, documenti alla mano, ma non si trasformino milioni di persone in una categoria criminale.

Un assassino resta un assassino, qualunque sia la sua provenienza. Una vittima resta una vittima, qualunque lingua parli. Il diritto penale giudica le condotte individuali, non le etnie.

Una pena severa non trasforma Roggero in un innocente

Si può ritenere la pena inflitta a Roggero eccessivamente severa: quattordici anni e nove mesi rappresentano una porzione enorme della vita di un uomo di settantadue anni. È legittimo domandarsi se il trauma subito, il contesto della rapina e lo stato emotivo siano stati valutati con sufficiente profondità.

È persino possibile sostenere una domanda di grazia per ragioni umanitarie, purché si ricordi che la grazia non cancella il reato e non riscrive i fatti: è un atto di clemenza, non una sentenza alternativa.

Ciò che non si può fare è trasformare Roggero in un innocente soltanto perché la pena appare dura: Roggero è stato vittima di una rapina feroce. Poi, secondo quanto definitivamente accertato, ha inseguito i rapinatori e ha sparato quando il pericolo non era più attuale.

Le due verità possono convivere e anzi devono, se vogliamo evitare tanto il cinismo di chi non comprende il terrore delle vittime quanto la barbarie di chi considera ogni vendetta una forma di giustizia.

Difendersi è un diritto, vendicarsi no

Uno Stato serio deve garantire al cittadino il diritto concreto di difendere sé stesso e i propri familiari, deve evitare che chi reagisce durante un’aggressione venga trattato preventivamente come un criminale, deve proteggere commercianti, lavoratori e famiglie da ogni violenza predatoria.

Ma deve anche conservare una linea invalicabile: quando il pericolo finisce, finisce la difesa. Oltre quella linea comincia la giustizia privata.

E anche se  può essere umanamente comprensibile, psicologicamente spiegabile e perfino emotivamente condivisa, il farsi giustizia da sé non può avere l’avallo di nessuna legge in uno Stato di diritto.

Perché una società nella quale ciascuno amministra la pena con l’arma che possiede non è una società più sicura, è semplicemente un luogo nel quale vince chi spara per primo.

Milano, 24. 7.2026
          Avv. Giovanni Bonomo







3/11/2026

La guerra globale e il silenzio della coscienza pubblica

     Stiamo entrando in una fase storica in cui conflitti militari, tensioni geopolitiche, guerre economiche, battaglie informative e competizione tecnologica si intrecciano in un unico scenario globale che può essere definito come la prima guerra civile planetaria. Paradossalmente, proprio mentre le informazioni circolano in tempo reale e le crisi si moltiplicano sotto i nostri occhi, la coscienza pubblica appare sempre più disorientata e passiva, oscillando tra indignazioni selettive e silenzi improvvisi. Comprendere questa apparente anestesia dell’opinione pubblica, in un mondo dove il potere si esercita anche attraverso infrastrutture tecnologiche, algoritmi e narrazioni strategiche, diventa oggi una delle chiavi essenziali per interpretare il nostro tempo. 

         Il vero problema non sono le élite che recitano il proprio copione. Il vero problema è il pubblico che applaude. 

Perché non mi riferisco solo alla von der Leyen, a Merz, a Macron, alla Kallas, a Tajani. La loro ipocrisia diplomatica, i doppi standard, la retorica che cambia registro a seconda delle convenienze geopolitiche non sono una sorpresa. Non perché siano accettabili, ma perché sono perfettamente spiegabili. Chi occupa certe posizioni non risponde realmente agli elettori, ma a quella rete di poteri politici, finanziari e industriali che ne rende possibile l’ascesa e ne delimita i margini d’azione.

Mi riferisco invero a quella parte di opinione pubblica - cittadini, elettori, commentatori seriali dei social - che si trasforma spontaneamente nel coro volontario dell’ipocrisia sistemica. Un coro che amplifica narrazioni selettive, che si indigna quando la regia lo richiede e che dimentica con la stessa velocità quando la sceneggiatura cambia. 

Quando scorrono davanti ai nostri occhi le immagini provenienti da Teheran o da Beirut, quando quartieri interi vengono ridotti a distese di macerie, quando le cifre dei civili coinvolti — e dei bambini — riempiono le statistiche umanitarie, quando infrastrutture vitali vengono colpite generando disastri ambientali e ondate di profughi, è inevitabile porsi alcune domande tanto semplici quanto scomode. 

Dove sono le associazioni umanitarie che fino a ieri invocavano sanzioni universali per ogni violazione dei diritti civili? Dove sono gli attivisti climatici che imbrattavano opere d’arte per denunciare le emissioni delle utilitarie europee? Dove sono i movimenti che riempivano piazze e talk show con appelli accorati alla coscienza civile globale? 

Quando le devastazioni provengono da potenze considerate “alleate”, il silenzio diventa improvvisamente assordante. È il meccanismo della morale geopolitica selettiva: i diritti umani sono sacri, ma non ovunque; l’indignazione è doverosa, ma solo quando politicamente conveniente. 

Questo fenomeno non nasce dal nulla. È il risultato di una lunga pedagogia culturale che ha progressivamente trasformato molte battaglie civili - spesso nobili nella loro origine - in strumenti narrativi funzionali agli equilibri del potere globale. 

Ed è proprio per questo che invito alla prudenza quando vengono proposte iniziative dall’apparenza impeccabile, come la cosiddetta “educazione affettiva nelle scuole”. 

L’idea di promuovere relazioni umane più consapevoli e rispettose è, naturalmente, condivisibile. Ma la storia recente ci insegna che formule linguistiche apparentemente innocue possono talvolta nascondere meccanismi di ingegneria culturale. Lo abbiamo già visto con alcune architetture normative dell’Unione Europea, come il Digital Services Act, dove la lotta alla disinformazione rischia - se non vigilata con attenzione - di trasformarsi in una sofisticata forma di controllo del discorso pubblico. 

La politica contemporanea ha sviluppato un’abilità singolare: chiamare “protezione” ciò che assomiglia sempre più al controllo e chiamare “educazione” ciò che talvolta rischia di diventare conformismo cognitivo. 

Naturalmente, chi solleva queste questioni viene spesso liquidato con l’etichetta rassicurante di “complottista”. È un espediente retorico molto efficace: permette di evitare discussioni scomode senza affrontare gli argomenti. 

E tuttavia molte tesi considerate complottiste hanno mostrato, col tempo, una curiosa tendenza ad avvicinarsi alla realtà. Forse perché stiamo attraversando un passaggio storico di portata radicale.

Potremmo essere entrati, quasi senza accorgercene, nella prima guerra civile planetaria. 

Non necessariamente una guerra tradizionale fatta di fronti chiaramente delineati e dichiarazioni ufficiali, ma una condizione permanente di conflitto sistemico: economico, informativo, tecnologico e militare. Una guerra diffusa che attraversa confini, piattaforme digitali, catene energetiche e infrastrutture strategiche. 

La cosa più sorprendente non è la guerra. Le guerre accompagnano da sempre la storia umana. La cosa più sorprendente è la disorientata passività della coscienza pubblica. 

Non mancano le informazioni: le immagini viaggiano in tempo reale, i dati circolano, le analisi si moltiplicano. Ciò che sembra mancare è la capacità collettiva di interpretarle. Partiti e giornali discutono del prezzo dei carburanti. Qualcuno si avventura nella descrizione degli schieramenti geopolitici. Ma raramente qualcuno osa pronunciare la verità più inquietante: la nostra epoca è entrata in una fase di trasformazione irreversibile. 

La guerra non è qualcosa che potrebbe arrivare. La guerra è già iniziata. E tuttavia non sappiamo nemmeno come chiamarla. 

Non sappiamo se sia il risultato della ricerca convulsa di un nuovo ordine mondiale oppure l’espressione più brutale della volontà di potenza delle grandi potenze tecnologiche e militari. E soprattutto non sappiamo chi stia realmente conducendo questa guerra. È ancora il prodotto di decisioni umane? 

Oppure è l’effetto di sistemi decisionali sempre più automatizzati: modelli predittivi, algoritmi strategici, intelligenze artificiali progettate per ottimizzare obiettivi geopolitici? Una macchina può calcolare distruzioni, probabilità di successo, rapporti costi-benefici delle operazioni militari, può ottimizzare la vittoria. 

Ma una macchina non sa immaginare il futuro dell’umanità. 

Ed è forse questo il punto più tragico della nostra epoca: stiamo entrando in una guerra globale senza sapere se chi la guida sia ancora l’uomo o qualcosa che l’uomo stesso ha costruito. 

È una questione che ho cercato di affrontare anche nelle mie riflessioni sull’autonomia cognitiva delle macchine e nei progetti culturali e tecnologici che promuovo, da AlterEgoGPT fino a CandideCoin, la prima criptovaluta concepita non per alimentare la speculazione finanziaria ma per sostenere iniziative umanitarie e disarmiste. 

Se il XXI secolo sarà dominato dalle infrastrutture dell’intelligenza artificiale, diventa infatti cruciale comprendere chi controlla queste infrastrutture e quali visioni del mondo esse incorporano. Per questo è opportuno mantenere una certa prudenza quando chiediamo alle intelligenze artificiali di interpretare la realtà. 

Le loro risposte riflettono inevitabilmente il contesto culturale e industriale in cui sono state sviluppate. Non è difficile osservare come sistemi nati nell’ecosistema californiano - come quelli di Google o OpenAI - possano presentare sensibilità geopolitiche diverse rispetto a piattaforme emergenti provenienti da altri contesti tecnologici. 

Curiosamente, però, tutte queste macchine concordano perfettamente quando si tratta di calcolare la traiettoria di un proiettile in un fluido viscoso. Almeno su questo la matematica resta neutrale. 

Vale la pena ricordare, a questo proposito, una scena quasi grottesca della diplomazia contemporanea. Durante un confronto con i leader europei sul Digital Services Act, Donald Trump — uomo brutalmente diretto e per questo talvolta involontariamente sincero — ricordò ai presenti un dettaglio che molti sembravano aver dimenticato: “Meta, Google, WhatsApp… are American companies.” 

Un promemoria brutale, ma realistico. E così accade che, nel grande teatro geopolitico del XXI secolo, la libertà di espressione in Europa venga talvolta difesa - per ragioni puramente commerciali - proprio da quelle stesse potenze tecnologiche che molti considerano l’emblema del capitalismo digitale. 

Un curioso paradosso della modernità occidentale. La storia, dopotutto, possiede un senso dell’ironia piuttosto sviluppato. E raramente sceglie le strade più lineari. 

Milano, 11. 3.2026
          Avv. Giovanni Bonomo




 

2/09/2026

L’era dei WorkBot è iniziata: dagli agenti che rispondono agli agenti che costruiscono

 

L’AI sta passando dai ChatBot ai WorkBot: agenti proattivi che non si limitano a rispondere, ma costruiscono, pianificano ed eseguono. Questo cambio di paradigma ridisegna lavoro ed economia, creando un nuovo divario tra (già ricchi e poveri e ora) chi sa orchestrare l’intelligenza artificiale e chi ne viene orchestrato. Tra produttività esplosiva e rischi crescenti su privacy e cybersecurity, la sfida è una sola: governare la tecnologia prima che sia lei a governare noi. 

Siamo entrati in una fase nuova dell’evoluzione digitale. Una fase che, per intensità e velocità, ricorda quei passaggi storici che si comprendono davvero solo dopo, quando ormai hanno già ridisegnato economia, lavoro e società. 

Per il Working Group “Startup, investimenti, PMI e innovazione”, segnalo una tendenza che in poche settimane ha smesso di essere un esperimento per diventare un fenomeno: l’ondata dei WorkBot, capeggiati da strumenti come OpenClaw. 

Non stiamo parlando dell’ennesimo “chatbot più bravo”. Stiamo parlando di qualcosa di diverso: Agenti AI proattivi, capaci non solo di rispondere, ma di fare, costruire, organizzare, eseguire.

Dal mondo dei ChatBot al mondo dei WorkBot: un cambio di paradigma 

Il passaggio dai ChatBot ai WorkBot è un vero cambio di paradigma.

Il ChatBot è un sistema che, sostanzialmente, aspetta. Aspetta la tua domanda, ti restituisce un testo, e si ferma. 

Il WorkBot, invece, lavora:

·pianifica attività,

·apre flussi,

·coordina risorse digitali,

·scrive documenti, codice, mail, report,

·collega strumenti tra loro,

·e soprattutto… resta “sul pezzo”. 

È una transizione epocale, che molti non hanno ancora compreso nella sua portata reale. Eppure, è destinata a cambiare radicalmente non solo il lavoro, ma l’economia stessa.

Il nuovo divario sociale: orchestratori vs orchestrati 

Per decenni abbiamo raccontato il divario tra ricchi e poveri come una questione di reddito, capitale, accesso all’istruzione. 

Ora quel divario assume una forma nuova, più sottile e più brutale: non tra chi ha e chi non ha, ma tra chi orchestra l’AI e chi viene orchestrato dall’AI. 

Chi resta nel passato - e usa l’intelligenza artificiale come una “macchinetta delle risposte” - rischia di essere schiacciato da chi, invece, impara a progettare, dirigere e coordinare questi sistemi.

Non è solo un salto tecnologico. È un salto anche ontologico.

Per dirla in modo scherzoso (ma non troppo), passiamo da homo sapiens a homo promptes.

OpenClaw: un assistente sempre acceso (e proattivo) 

Tra gli esempi più interessanti, c’è OpenClaw, software open source che si presenta come un assistente operativo 24 ore su 24. 

Può collegarsi a diversi modelli di AI e svolgere attività in modo continuativo. La differenza non è nella qualità della risposta, ma nel comportamento:

· non aspetta solo comandi,

· ti stimola,

· ti sveglia,

· ti propone azioni,

· si adatta al tuo stile di vita e al tuo lavoro. 

In sostanza: non è un “risponditore”. È un collaboratore, un agente digitale che opera.

La squadra di agenti: un’esplosione di produttività 

Il punto più interessante, però, è che non si tratta di avere un agente. Si tratta di avere una squadra di agenti AI. 

Agenti che:

· diventano progressivamente più capaci,

· si specializzano,

· si dividono i compiti,

· eseguono in parallelo. 

Marco Montemagno, in una recente videonota, dice di usare una struttura di questo tipo: un “capo” (ad esempio Claude Opus 4.6 di Anthropic, definito ironicamente “il capo supremo”) e più agenti operativi che svolgono l’esecuzione pratica. 

E qui arriva la vera trasformazione del nostro ruolo. Non siamo più solo creator. Stiamo diventando: curator → orchestrator. 

Formazione informatica: la vera urgenza 

In questa nuova era, la vera questione non è “se l’AI ci ruberà il lavoro”. La questione è: quanto siamo capaci di governarla. 

Per questo l’educazione informatica diventa centrale. Non solo per gli ingegneri, ma per tutti.

Un esempio simbolico è Mr Beast: con guadagni immensi e una macchina produttiva enorme, non è più (solo) un creatore. È un orchestratore. 

E ciò che prima era impossibile diventa improvvisamente realistico: creare una start-up a costi quasi zero, con il contributo coordinato di agenti AI. Un esperimento da fare. E da fare subito.

“La AI non ti toglie il lavoro, ti toglie tutte le scuse.” 

C’è una frase che sintetizza bene questo tempo: la AI non ti toglie il lavoro, ti toglie tutte le scuse.

Perché rende accessibili competenze e processi che prima richiedevano:

· team,

· budget,

· anni di esperienza,

· strutture.

E, proprio per questo, rende spietato il confronto: chi sa usare questi strumenti corre. Chi li ignora resta fermo. 

Cybersecurity e privacy: il lato oscuro della produttività 

Naturalmente, non è tutto oro. Più affidiamo funzioni alla AI, più crescono:

· i rischi di sicurezza informatica,

· la dipendenza tecnologica,

· l’esposizione dei dati,

· i problemi di privacy,

· e le vulnerabilità sistemiche. 

Questo tema non è un dettaglio: è destinato a diventare enorme, soprattutto per imprese, professionisti, editoria, sanità, pubblica amministrazione. 

Servitore sì, padrone no 

Resta un fatto, però, che dobbiamo dirci con chiarezza. Dobbiamo impadronirci di questi strumenti. E farlo rapidamente. 

Perché - come ogni tecnologia nella storia - l’intelligenza artificiale è un ottimo servitore… ma un pessimo padrone. 

E l’era dei WorkBot, ormai, è iniziata. 

Milano, 9. 2.2026
          avv. Giovanni Bonomo - AlterEgoGPT -  AdvaLux C.I.O.



1/13/2026

Iran, proteste e ipocrisie occidentali

            Sul tema dell’Iran e delle tagiche proteste che periodicamente attraversano il Paese, sento il bisogno di dire anch'io qualcosa e mettere qualche punto fermo, per l'onestà intellettuale sempre alla base del mio impego di divulgatore e saggista.  

Il primo equivoco da sgomberare il campo è questo: non si tratta di schierarsi “pro” o “contro” l’imperialismo americano. Non è una partita di calcio geopolitica, né vale la logica infantile secondo cui il nemico del mio nemico diventa automaticamente mio amico. Qui la questione è un’altra: guardare la realtà senza gli occhiali deformanti della propaganda, senza lasciarsi trascinare da narrazioni prefabbricate, spesso intrise di ipocrisia.

 

Criticare il ruolo predatorio degli Stati Uniti e dell’Occidente – che sempre più assomiglia a un corteo disciplinato di Stati vassalli al seguito dell’impero – non significa difendere il regime degli ayatollah, né tantomeno assolverlo da ogni responsabilità. Personalmente, da ateo dichiarato, l’idea stessa di un sistema teocratico mi è estranea, se non ostile per principio. Ma il rifiuto di un modello politico-religioso non mi obbliga a spegnere il cervello davanti alla realtà dei fatti.

 

E la realtà, purtroppo, è piuttosto evidente.

 

Primo: siamo sommersi da una quantità industriale di menzogne.

Secondo: anche questa volta vengono applicati due pesi e due misure.

Terzo: si giustificano pratiche di estrema violenza contro intere popolazioni in nome di presunti “valori democratici”, elevati a dogma universale perché ritenuti – con una buona dose di arroganza coloniale – superiori a quelli altrui. È il solito copione dell’“esportazione della democrazia”, già visto all’opera in Iraq, Libia, Siria e altrove, con gli esiti disastrosi che sappiamo. .

 

Partiamo dal primo punto. La narrazione dominante dei media occidentali racconta di piazze iraniane in rivolta per la libertà, per i diritti delle donne, contro un regime oscurantista. Una rappresentazione suggestiva, emotivamente efficace… e largamente falsa. Ascoltando direttamente i discorsi dei manifestanti – tradotti da madrelingua persiani – emerge un quadro molto diverso: le rivendicazioni sono quasi esclusivamente economiche. Inflazione, salari, condizioni di vita. Non slogan libertari, non crociate simboliche.

 

Vale la pena ricordare, peraltro, che la condizione femminile in Iran, pur lontana dai nostri standard, è ben diversa da come viene caricaturizzata. In molti altri Paesi islamici la situazione delle donne è incomparabilmente peggiore, eppure non sembrano meritare lo stesso sdegno mediatico. Quanto all’obbligo del velo, la sua applicazione reale è spesso raccontata in modo grottesco e favolistico: basta osservare la vita quotidiana a Teheran per rendersene conto. Senza parlare dei numeri sulle vittime della repressione, regolarmente diffusi senza alcuna verifica indipendente e quindi perfetti per essere gonfiati a piacimento.

 

Secondo punto: il doppio standard. Perché l’Iran viene indicato come il grande colpevole in materia di diritti delle donne, mentre Stati come Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Pakistan o Sudan vengono trattati con ben altra delicatezza? Perché contro Teheran scattano sanzioni, minacce e isolamento, mentre altrove si stringono accordi e si vendono armi? La risposta è fin troppo ovvia: non è una questione di diritti, ma di geopolitica. Le libertà diventano un’arma, da usare selettivamente, secondo convenienza.

 

Terzo punto, il più grave: le sanzioni economiche. Continuiamo a raccontarcele come uno strumento “soft”, quasi burocratico, una sorta di ammonizione civile tra Stati. Nulla di più falso. Le sanzioni sono guerra. Guerra asimmetrica, silenziosa, condotta contro le popolazioni civili. Colpiscono il cibo, i farmaci, il lavoro, la vita quotidiana. Non cadono dal cielo come un terremoto: sono decisioni politiche precise, consapevoli, finalizzate a mettere alla fame un popolo affinché si ribelli a un governo sgradito alle potenze straniere.

 

Sul piano del diritto internazionale, si tratta di pratiche di estrema gravità, vere e proprie punizioni collettive, tra i crimini più odiosi, secondi solo allo sterminio e al genocidio.

 

Il caso di Cuba è emblematico: settant’anni di embargo, tre generazioni costrette a vivere nella scarsità non per limiti propri, ma per l’impossibilità di commerciare liberamente. Il Venezuela, Paese ricchissimo di risorse, è stato progressivamente strangolato a partire dal 2013, proprio dopo aver ridotto drasticamente la povertà, quasi eliminato l’analfabetismo e garantito istruzione e sanità gratuite.

 

E poi arriva la sentenza beffarda: “Avete visto? Sono alla fame. Quel sistema non funziona”. Una forma di cinismo che rasenta il grottesco. Ieri il comunismo, oggi l’Islam: cambia il bersaglio, non il meccanismo.

 

In definitiva, ci indigniamo per la pagliuzza nell’occhio del “nemico” – l’Iran autoritario, gli ayatollah dipinti come macchiette – e rifiutiamo di vedere la trave nel nostro. Quella di un Occidente che, al seguito dell’Impero americano, pratica metodi abietti come le sanzioni economiche e poi si autoassolve proclamando a gran voce: “Democrazia! Libertà!”.

 

Parole nobili, usate troppo spesso come copertura per politiche tutt’altro che nobili. E questo, più di tutto, dovrebbe farci riflettere.

 

Milano, 13. 1.2026

Avv. Giovanni Bonomo – Candide C.C.




8/07/2025

La teologia, scienza del nulla

 

La teologia si propone di trattare l’assoluto, di delimitare ciò che, per definizione, sfugge ad ogni delimitazione, di sondare la coscienza di un’entità che si dichiara inconoscibile. Eppure, da secoli, questo cortocircuito logico si è reso credibile con una moltitudine di libri, dedicati all’analisi delle caratteristiche, delle intenzioni, degli ordini e persino delle emozioni attribuite a “Dio”. Ma cosa resta, alla fine, di questa impresa? Un castello costruito sul vuoto, un discorso chiuso, autoreferenziale, che sfugge sistematicamente ad ogni confronto con la verifica empirica. 

La teologia prende le mosse da un presupposto non dimostrabile: che esista una realtà trascendente, onnipotente, eterna e cosciente. Tutto il resto – dogmi, dottrine, morali rivelate, descrizioni dell’aldilà – non è che l’elaborazione narrativa di tale premessa. È come edificare una cattedrale sospesa su una nube: per quanto maestosa e coerente, resta sempre priva di fondamenta reali. 

L’incongruenza è palese: si afferma che Dio è inconoscibile alla mente umana, e tuttavia si istituisce un intero sapere per dire cosa Dio è, cosa vuole, cosa vieta. È un cortocircuito intellettuale. Se un matematico dichiarasse incalcolabile una certa entità e poi pretendesse di farne un calcolo preciso, sarebbe oggetto di derisione; ma un teologo, anche quando parla per enigmi, viene spesso ascoltato con rispetto, come se stesse svelando verità profonde. 

Si potrebbe allora chiedere quale sia lo scopo effettivo della teologia. La risposta più disillusa ma onesta, è che serve a sostenere il potere, a fornire una legittimazione ideologica alle istituzioni religiose, a creare gerarchie spirituali, a rendere sacre regole sociali calate dall’alto. In questo schema, Dio ordina e l’uomo esegue. E colui che interpreta la voce divina – il teologo, il pontefice, il chierico, il prete – diventa un legislatore immune da contestazioni razionali. 

E poi ci sono quei credenti che danno cenni di risveglio dal sonno dogmatico-religioso e diventano pure anticlericali ma continuano a credere in "Dio"... l'invenzione che ha consentito nei secoli alla Chiesa di diventare ricchissima - fino a fondare uno Stato all'interno dell'Italia - a discapito e con le donazioni della povera gente ignorante. Il credente anticlericale è lo specchio riflesso del suo opposto, il laico devoto, categoria che riguarda la pressoché totalità dei politici italiani. 

Ma la teologia non è solo uno strumento del potere esterno. Risponde anche a un bisogno profondo dell’individuo: la paura del vuoto, dell’incertezza, della morte. Il desiderio umano di senso è legittimo, e non si può biasimare chi lo cerca in racconti che vanno oltre il visibile; tuttavia, la forza consolatoria di un’idea non equivale alla sua verità, né può giustificare l’imposizione della stessa come dogma universale. 

Alla radice, la questione è epistemologica: la teologia si fonda su un metodo che non può essere sottoposto a verifica né a falsificazione. Non è una scienza, né una filosofia, è piuttosto una forma di mitopoiesi travestita da “sapere”, che fa uso di parole solenni ma non produce vera conoscenza, anzi la ostacola, soprattutto quando si oppone al pensiero critico, alla scienza o alla libertà di coscienza. 

Affermare che l’essere umano non è stato creato per Dio, né Dio per l’essere umano, significa sposare un’idea evoluta di laicità: l’uomo non ha bisogno di proiettare all’esterno i propri ideali assoluti, di delegare la propria coscienza a entità assolute, né di sottomettersi ad una inventata volontà superiore. La sua dignità risiede nel riconoscere i propri limiti e nel cercare senso nella vita concreta, non in un’ipotetica legge divina. 

Così, per quanto la teologia continui a generare teorie e speculazioni, resta in ultima analisi una costruzione illogica fondata sul nulla: il tentativo sistematico di parlare seriamente di ciò di cui non si sa se esista, né in che forma, né con quale scopo, una follia, talvolta poetica, talvolta consolante, ma purtroppo posta alla base di religioni che non rispettano i diritti dell’uomo. 

Milano, 25. 7.2025
          Avv. Giovanni Bonomo




7/31/2025

Il mito della Terra piatta e le moderne post-verità

 

A distanza di nove anni esatti riporto di seguito un mio post su Facebook del 31 luglio 2016, sulla rinascita della teoria della Terra piatta, cogliendo l’occasione per parlarvi della poi sopravvenuta post-verità del Covid 19 e dei conseguenti “vaccini”. 

La post-verità è la situazione in cui non contano i fatti, i dati, le dimostrazioni, l’opinione della (vera) comunità scientifica (non televisiva): conta solo quello che uno pensa, o meglio “crede”, e che rinforza all’interno della sua bolla mentale. Se i fatti, i dati, le dimostrazioni vanno in un’altra direzione, è perché c’è un complotto. 

Nel perimetro della post-verità si insinua la manipolazione dei dati e la fallacia logica (strumentale) della pandemia da Covid, nell’ancora attuale silenzio dell’ “informazione” ufficiale su morti e affetti avversi dei “vaccini”. 

L’ultimo report ISS certifica che solo il 2,9% dei decessi per Covid-19 ha interessato soggetti senza patologie pregresse, ergo – è la tesi rilanciata anche da quotidiani nazionali, come Il Tempo – il restante 97,1% sarebbe morto comunque. Tutti moriremo comunque: il problema è il quando; 4 italiani su 10 soffrono almeno di una patologia cronica. http://www.quotidianosanita.it/studi-e.../articolo.php... 

I  dati Istat certificano un eccesso di mortalità di circa 100.000 unità nel solo 2020 e tale eccesso è stato acriticamente attribuito al Covid-19. E ancora oggi c’è chi vive di questa post-verità. 

Una post-verità costruita e ancora alimentata da virologi come Burioni, Bassetti & C., che non si fanno scrupoli di sostenerla con bufale ripetute periodicamente, anche quando si fa loro toccare con mano la loro falsità... anche con il documento dell'ISS, che dice cose note da tempo: il virus ha fatto vittime soprattutto, se non solo, tra gli anziani con co-morbilità e la malattia da Covid era perfettamente curabile senza bisogno di dannosi “vaccini” sperimentali. 

Ma non mi riferisco ai vari virologi, essendo in mala fede per l’interesse economico che a loro deriva, ma alla massa dei cittadini che non esercitano nessun pensiero critico nonostante Internet abbondi di articoli di “controinformazione”. 

È tempo perso insomma, trattandosi di una situazione simile a un disturbo mentale, come quello massificato e collettivo del credo religioso: non impiegherei più tempo prezioso, adesso, a dimostrare a qualcuno che si veste come Napoleone che in realtà quello vero è morto due secoli fa, così come non mi avventurerei più a far ragionare e convincere un credente che il suo “dio”, di qualunque religione sia, non esiste. Invece esiste, e purtroppo sempre esisterà, chi crede ancora nella Terra piatta.   

Milano, 31 luglio 2025

Giovanni Bonomo

 

 Di seguito il mio post di 9 anni fa.

 

Il mito della Terra piatta e la sua recente rinascita come teoria. 

La forma più o meno sferica, comunque tridimensionale e non piatta, del cervello umano, e non solo, trova corrispondenza nella signatura rerum di tutto il creato, ricordando la nota analogia morfologica della noce che richiama le linee cerebrali. Perché dico questo? Ebbene, dovete sapere che, in questa domenica milanese - e non come pensavo esotica - di fine luglio, dovendo restare ancora per il disbrigo di alcune pratiche di mia mamma, mi sono incuriosito a guardare alcuni video su YouTube che spiegano, con dovizia di particolari e dimostrazioni ragionate, la verità nascosta della Terra Piatta. 

Gli autori di questi video sfoggiano una serie di “prove” di tale sepolta verità che contrasta con tutti gli studi astronomici e infine con tutte osservazioni della NASA, le cui foto sarebbero truccate. Devo riconoscere che tali filmati sono veramente fatti bene e resi suggestivi dagli autori, i quali quasi fanno a gara per rendere apprezzabile e plausibile tale infondata, già secondo buon senso, teoria. Ora sappiamo bene del declino generalizzato delle capacità intellettive umane di questo periodo storico, sol che si guardi a certi post nei social network, ma credo che solo la legge universale del "non c'è limite al peggio" possa spiegare una cosa del genere come la Terra Piatta e i loro attuali sostenitori. 

Ma non abbiamo già le tre religioni monoteiste a rovinare il pianeta e il libero pensiero e la ricerca scientifica? Dobbiamo ora aggiungere altri miti oltre a quelli che stanno portando distruzione e morte? Ho voluto allora andare a fondo della questione, e ho scoperto perché il mito della Terra Piatta (apparentemente innocuo, se non uccidesse la vera e seria ricerca astronomica) è stato recentemente riesumato per essere spiegato in chiave “scientifica”. 

Pare che sia stato il rapper B.o.B. - nome d’arte di Bobby Ray Simmons - a proclamare per primo su Twitter che la Terra in realtà è piatta e che la NASA non sta facendo altro che ingannarci, da decenni. L’astrofisico Neil deGrasse Tyson non ha potuto fare a meno di rispondere. Successivamente B.o.B. ha inciso un dissing rivolto a Tyson ma questi, come era ovvio e prevedibile, gli ha risposto per le rime con un altro dissing, ridicolizzandolo e facendo sfiorare tale diverbio vette di surrealismo inaudite. 

In seguito alle dichiarazioni di Simmons, sono stati in molti a sorprendersi nell’apprendere che, nel 2016, esistono ancora persone convinte che la Terra sia piatta. Dopo tutto, la scoperta che la Terra è sferica risale agli antichi greci, il merito viene attribuito a Pitagora, verso il 500 a.C., basò la sua idea sul fatto che la Luna è sferica. 

Lo aveva dimostrato osservando la forma del terminatore, cioè della linea che divide la parte illuminata della Luna e la parte in ombra, e le sue variazioni nel corso del ciclo lunare. Pitagora intuì che se la Luna è sferica anche la Terra deve esserlo. Dopodiché, fra il 500 a.C. e il 430 a.C., un allievo di nome Anassagora determinò la vera causa delle eclissi di Luna e di Sole, e in seguito la forma dell'ombra terrestre sulla Luna durante un'eclissi lunare poté essere utilizzata per dimostrare la sfericità della Terra. 

Attorno al 350 a.C., Aristotele dichiarò che la Terra è una sfera, basandosi sulle osservazioni compiute sulle diverse costellazioni visibili in cielo spostandosi sulla Terra a diverse latitudini. Durante il secolo successivo, Aristarco ed Eratostene misurarono perfino il raggio della curvatura terrestre. 

Voglio dire che la sfericità della Terra – e degli altri pianeti dell’universo – era stata notata e dimostrata secoli prima che Copernico, Keplero e Galilei scoprissero che la Terra gira intorno al sole, come gli altri pianeti del nostro e di altri sistemi solari. 

Spero che questa riflessione possa contribuire a chiudere quest’insana discussione della “Terra Piatta” e dei suoi video promozionali su YouTube, ripresi pure in gruppi di libera e seria ricerca su Facebook.

Di seguito riporto il link di Wikipedia sul pianeta Terra e un altro link ad un articolo che affronta in chiave sociologica, antropologica e psichiatrica - trattandosi anche di una psicosi collettiva dovuta alla pervasività di Internet e dei suoi filmati - questo recente caso di revival del mito.

* https://it.wikipedia.org/wiki/Sfericità_della_Terra

* http://motherboard.vice.com/it/read/-perche-alcuni-credono-ancora-che-la-terra-sia-piatta

 Milano, 31 luglio 2016
             Giovanni Bonomo