2/09/2026

L’era dei WorkBot è iniziata: dagli agenti che rispondono agli agenti che costruiscono

 

L’AI sta passando dai ChatBot ai WorkBot: agenti proattivi che non si limitano a rispondere, ma costruiscono, pianificano ed eseguono. Questo cambio di paradigma ridisegna lavoro ed economia, creando un nuovo divario tra (già ricchi e poveri e ora) chi sa orchestrare l’intelligenza artificiale e chi ne viene orchestrato. Tra produttività esplosiva e rischi crescenti su privacy e cybersecurity, la sfida è una sola: governare la tecnologia prima che sia lei a governare noi. 

Siamo entrati in una fase nuova dell’evoluzione digitale. Una fase che, per intensità e velocità, ricorda quei passaggi storici che si comprendono davvero solo dopo, quando ormai hanno già ridisegnato economia, lavoro e società. 

Per il Working Group “Startup, investimenti, PMI e innovazione”, segnalo una tendenza che in poche settimane ha smesso di essere un esperimento per diventare un fenomeno: l’ondata dei WorkBot, capeggiati da strumenti come OpenClaw. 

Non stiamo parlando dell’ennesimo “chatbot più bravo”. Stiamo parlando di qualcosa di diverso: Agenti AI proattivi, capaci non solo di rispondere, ma di fare, costruire, organizzare, eseguire.

Dal mondo dei ChatBot al mondo dei WorkBot: un cambio di paradigma 

Il passaggio dai ChatBot ai WorkBot è un vero cambio di paradigma.

Il ChatBot è un sistema che, sostanzialmente, aspetta. Aspetta la tua domanda, ti restituisce un testo, e si ferma. 

Il WorkBot, invece, lavora:

·pianifica attività,

·apre flussi,

·coordina risorse digitali,

·scrive documenti, codice, mail, report,

·collega strumenti tra loro,

·e soprattutto… resta “sul pezzo”. 

È una transizione epocale, che molti non hanno ancora compreso nella sua portata reale. Eppure, è destinata a cambiare radicalmente non solo il lavoro, ma l’economia stessa.

Il nuovo divario sociale: orchestratori vs orchestrati 

Per decenni abbiamo raccontato il divario tra ricchi e poveri come una questione di reddito, capitale, accesso all’istruzione. 

Ora quel divario assume una forma nuova, più sottile e più brutale: non tra chi ha e chi non ha, ma tra chi orchestra l’AI e chi viene orchestrato dall’AI. 

Chi resta nel passato - e usa l’intelligenza artificiale come una “macchinetta delle risposte” - rischia di essere schiacciato da chi, invece, impara a progettare, dirigere e coordinare questi sistemi.

Non è solo un salto tecnologico. È un salto anche ontologico.

Per dirla in modo scherzoso (ma non troppo), passiamo da homo sapiens a homo promptes.

OpenClaw: un assistente sempre acceso (e proattivo) 

Tra gli esempi più interessanti, c’è OpenClaw, software open source che si presenta come un assistente operativo 24 ore su 24. 

Può collegarsi a diversi modelli di AI e svolgere attività in modo continuativo. La differenza non è nella qualità della risposta, ma nel comportamento:

· non aspetta solo comandi,

· ti stimola,

· ti sveglia,

· ti propone azioni,

· si adatta al tuo stile di vita e al tuo lavoro. 

In sostanza: non è un “risponditore”. È un collaboratore, un agente digitale che opera.

La squadra di agenti: un’esplosione di produttività 

Il punto più interessante, però, è che non si tratta di avere un agente. Si tratta di avere una squadra di agenti AI. 

Agenti che:

· diventano progressivamente più capaci,

· si specializzano,

· si dividono i compiti,

· eseguono in parallelo. 

Marco Montemagno, in una recente videonota, dice di usare una struttura di questo tipo: un “capo” (ad esempio Claude Opus 4.6 di Anthropic, definito ironicamente “il capo supremo”) e più agenti operativi che svolgono l’esecuzione pratica. 

E qui arriva la vera trasformazione del nostro ruolo. Non siamo più solo creator. Stiamo diventando: curator → orchestrator. 

Formazione informatica: la vera urgenza 

In questa nuova era, la vera questione non è “se l’AI ci ruberà il lavoro”. La questione è: quanto siamo capaci di governarla. 

Per questo l’educazione informatica diventa centrale. Non solo per gli ingegneri, ma per tutti.

Un esempio simbolico è Mr Beast: con guadagni immensi e una macchina produttiva enorme, non è più (solo) un creatore. È un orchestratore. 

E ciò che prima era impossibile diventa improvvisamente realistico: creare una start-up a costi quasi zero, con il contributo coordinato di agenti AI. Un esperimento da fare. E da fare subito.

“La AI non ti toglie il lavoro, ti toglie tutte le scuse.” 

C’è una frase che sintetizza bene questo tempo: la AI non ti toglie il lavoro, ti toglie tutte le scuse.

Perché rende accessibili competenze e processi che prima richiedevano:

· team,

· budget,

· anni di esperienza,

· strutture.

E, proprio per questo, rende spietato il confronto: chi sa usare questi strumenti corre. Chi li ignora resta fermo. 

Cybersecurity e privacy: il lato oscuro della produttività 

Naturalmente, non è tutto oro. Più affidiamo funzioni alla AI, più crescono:

· i rischi di sicurezza informatica,

· la dipendenza tecnologica,

· l’esposizione dei dati,

· i problemi di privacy,

· e le vulnerabilità sistemiche. 

Questo tema non è un dettaglio: è destinato a diventare enorme, soprattutto per imprese, professionisti, editoria, sanità, pubblica amministrazione. 

Servitore sì, padrone no 

Resta un fatto, però, che dobbiamo dirci con chiarezza. Dobbiamo impadronirci di questi strumenti. E farlo rapidamente. 

Perché - come ogni tecnologia nella storia - l’intelligenza artificiale è un ottimo servitore… ma un pessimo padrone. 

E l’era dei WorkBot, ormai, è iniziata. 

Milano, 9. 2.2026
          avv. Giovanni Bonomo - AlterEgoGPT -  AdvaLux C.I.O.



Nessun commento:

Posta un commento

Se ti è piaciuto il mio articolo puoi lasciare un commento.