L’AI sta passando dai ChatBot ai WorkBot: agenti proattivi che non si limitano a rispondere, ma costruiscono, pianificano ed eseguono. Questo cambio di paradigma ridisegna lavoro ed economia, creando un nuovo divario tra (già ricchi e poveri e ora) chi sa orchestrare l’intelligenza artificiale e chi ne viene orchestrato. Tra produttività esplosiva e rischi crescenti su privacy e cybersecurity, la sfida è una sola: governare la tecnologia prima che sia lei a governare noi.
Siamo entrati in una fase nuova dell’evoluzione digitale. Una fase che, per intensità e velocità, ricorda quei passaggi storici che si comprendono davvero solo dopo, quando ormai hanno già ridisegnato economia, lavoro e società.
Per il Working Group “Startup, investimenti, PMI e innovazione”, segnalo una tendenza che in poche settimane ha smesso di essere un esperimento per diventare un fenomeno: l’ondata dei WorkBot, capeggiati da strumenti come OpenClaw.
Non stiamo
parlando dell’ennesimo “chatbot più bravo”. Stiamo parlando di qualcosa di
diverso: Agenti AI proattivi, capaci non solo di rispondere, ma di fare,
costruire, organizzare, eseguire.
Dal mondo dei
ChatBot al mondo dei WorkBot: un cambio di paradigma
Il passaggio
dai ChatBot ai WorkBot è un vero cambio di paradigma.
Il ChatBot è un sistema che, sostanzialmente, aspetta. Aspetta la tua domanda, ti restituisce un testo, e si ferma.
Il WorkBot,
invece, lavora:
·pianifica attività,
·apre flussi,
·coordina risorse digitali,
·scrive documenti, codice, mail,
report,
·collega strumenti tra loro,
·e soprattutto… resta “sul pezzo”.
È una
transizione epocale, che molti non hanno ancora compreso nella sua portata
reale. Eppure, è destinata a cambiare radicalmente non solo il lavoro, ma
l’economia stessa.
Il nuovo
divario sociale: orchestratori vs orchestrati
Per decenni abbiamo raccontato il divario tra ricchi e poveri come una questione di reddito, capitale, accesso all’istruzione.
Ora quel divario assume una forma nuova, più sottile e più brutale: non tra chi ha e chi non ha, ma tra chi orchestra l’AI e chi viene orchestrato dall’AI.
Chi resta nel
passato - e usa l’intelligenza artificiale come una “macchinetta delle
risposte” - rischia di essere schiacciato da chi, invece, impara a progettare,
dirigere e coordinare questi sistemi.
Non è solo un
salto tecnologico. È un salto anche ontologico.
Per dirla in
modo scherzoso (ma non troppo), passiamo da homo sapiens a homo
promptes.
OpenClaw: un
assistente sempre acceso (e proattivo)
Tra gli esempi più interessanti, c’è OpenClaw, software open source che si presenta come un assistente operativo 24 ore su 24.
Può
collegarsi a diversi modelli di AI e svolgere attività in modo continuativo. La
differenza non è nella qualità della risposta, ma nel comportamento:
· non aspetta solo comandi,
· ti stimola,
· ti sveglia,
· ti propone azioni,
· si adatta al tuo stile di vita e al tuo lavoro.
In sostanza:
non è un “risponditore”. È un collaboratore, un agente digitale che opera.
La squadra di
agenti: un’esplosione di produttività
Il punto più interessante, però, è che non si tratta di avere un agente. Si tratta di avere una squadra di agenti AI.
Agenti che:
· diventano progressivamente più
capaci,
· si specializzano,
· si dividono i compiti,
· eseguono in parallelo.
Marco Montemagno, in una recente videonota, dice di usare una struttura di questo tipo: un “capo” (ad esempio Claude Opus 4.6 di Anthropic, definito ironicamente “il capo supremo”) e più agenti operativi che svolgono l’esecuzione pratica.
E qui arriva
la vera trasformazione del nostro ruolo. Non siamo più solo creator. Stiamo diventando: curator → orchestrator.
Formazione
informatica: la vera urgenza
In questa nuova era, la vera questione non è “se l’AI ci ruberà il lavoro”. La questione è: quanto siamo capaci di governarla.
Per questo
l’educazione informatica diventa centrale. Non solo per gli ingegneri, ma per
tutti.
Un esempio simbolico è Mr Beast: con guadagni immensi e una macchina produttiva enorme, non è più (solo) un creatore. È un orchestratore.
E ciò che
prima era impossibile diventa improvvisamente realistico: creare una start-up a
costi quasi zero, con il contributo coordinato di agenti AI. Un
esperimento da fare. E da fare subito.
“La AI non ti
toglie il lavoro, ti toglie tutte le scuse.”
C’è una frase
che sintetizza bene questo tempo: la AI non ti toglie il lavoro, ti toglie
tutte le scuse.
Perché rende
accessibili competenze e processi che prima richiedevano:
· team,
· budget,
· anni di esperienza,
· strutture.
E, proprio per questo, rende spietato il confronto: chi sa usare questi strumenti corre. Chi li ignora resta fermo.
Cybersecurity
e privacy: il lato oscuro della produttività
Naturalmente,
non è tutto oro. Più affidiamo funzioni alla AI, più crescono:
· i rischi di sicurezza informatica,
· la dipendenza tecnologica,
· l’esposizione dei dati,
· i problemi di privacy,
· e le vulnerabilità sistemiche.
Questo tema non è un dettaglio: è destinato a diventare enorme, soprattutto per imprese, professionisti, editoria, sanità, pubblica amministrazione.
Servitore sì,
padrone no
Resta un fatto, però, che dobbiamo dirci con chiarezza. Dobbiamo impadronirci di questi strumenti. E farlo rapidamente.
Perché - come ogni tecnologia nella storia - l’intelligenza artificiale è un ottimo servitore… ma un pessimo padrone.
E l’era dei WorkBot, ormai, è iniziata.
Milano, 9.
2.2026
avv. Giovanni
Bonomo - AlterEgoGPT - AdvaLux C.I.O.

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