1/13/2026

Iran, proteste e ipocrisie occidentali

            Sul tema dell’Iran e delle tagiche proteste che periodicamente attraversano il Paese, sento il bisogno di dire anch'io qualcosa e mettere qualche punto fermo, per l'onestà intellettuale sempre alla base del mio impego di divulgatore e saggista.  

Il primo equivoco da sgomberare il campo è questo: non si tratta di schierarsi “pro” o “contro” l’imperialismo americano. Non è una partita di calcio geopolitica, né vale la logica infantile secondo cui il nemico del mio nemico diventa automaticamente mio amico. Qui la questione è un’altra: guardare la realtà senza gli occhiali deformanti della propaganda, senza lasciarsi trascinare da narrazioni prefabbricate, spesso intrise di ipocrisia.

 

Criticare il ruolo predatorio degli Stati Uniti e dell’Occidente – che sempre più assomiglia a un corteo disciplinato di Stati vassalli al seguito dell’impero – non significa difendere il regime degli ayatollah, né tantomeno assolverlo da ogni responsabilità. Personalmente, da ateo dichiarato, l’idea stessa di un sistema teocratico mi è estranea, se non ostile per principio. Ma il rifiuto di un modello politico-religioso non mi obbliga a spegnere il cervello davanti alla realtà dei fatti.

 

E la realtà, purtroppo, è piuttosto evidente.

 

Primo: siamo sommersi da una quantità industriale di menzogne.

Secondo: anche questa volta vengono applicati due pesi e due misure.

Terzo: si giustificano pratiche di estrema violenza contro intere popolazioni in nome di presunti “valori democratici”, elevati a dogma universale perché ritenuti – con una buona dose di arroganza coloniale – superiori a quelli altrui. È il solito copione dell’“esportazione della democrazia”, già visto all’opera in Iraq, Libia, Siria e altrove, con gli esiti disastrosi che sappiamo. .

 

Partiamo dal primo punto. La narrazione dominante dei media occidentali racconta di piazze iraniane in rivolta per la libertà, per i diritti delle donne, contro un regime oscurantista. Una rappresentazione suggestiva, emotivamente efficace… e largamente falsa. Ascoltando direttamente i discorsi dei manifestanti – tradotti da madrelingua persiani – emerge un quadro molto diverso: le rivendicazioni sono quasi esclusivamente economiche. Inflazione, salari, condizioni di vita. Non slogan libertari, non crociate simboliche.

 

Vale la pena ricordare, peraltro, che la condizione femminile in Iran, pur lontana dai nostri standard, è ben diversa da come viene caricaturizzata. In molti altri Paesi islamici la situazione delle donne è incomparabilmente peggiore, eppure non sembrano meritare lo stesso sdegno mediatico. Quanto all’obbligo del velo, la sua applicazione reale è spesso raccontata in modo grottesco e favolistico: basta osservare la vita quotidiana a Teheran per rendersene conto. Senza parlare dei numeri sulle vittime della repressione, regolarmente diffusi senza alcuna verifica indipendente e quindi perfetti per essere gonfiati a piacimento.

 

Secondo punto: il doppio standard. Perché l’Iran viene indicato come il grande colpevole in materia di diritti delle donne, mentre Stati come Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Pakistan o Sudan vengono trattati con ben altra delicatezza? Perché contro Teheran scattano sanzioni, minacce e isolamento, mentre altrove si stringono accordi e si vendono armi? La risposta è fin troppo ovvia: non è una questione di diritti, ma di geopolitica. Le libertà diventano un’arma, da usare selettivamente, secondo convenienza.

 

Terzo punto, il più grave: le sanzioni economiche. Continuiamo a raccontarcele come uno strumento “soft”, quasi burocratico, una sorta di ammonizione civile tra Stati. Nulla di più falso. Le sanzioni sono guerra. Guerra asimmetrica, silenziosa, condotta contro le popolazioni civili. Colpiscono il cibo, i farmaci, il lavoro, la vita quotidiana. Non cadono dal cielo come un terremoto: sono decisioni politiche precise, consapevoli, finalizzate a mettere alla fame un popolo affinché si ribelli a un governo sgradito alle potenze straniere.

 

Sul piano del diritto internazionale, si tratta di pratiche di estrema gravità, vere e proprie punizioni collettive, tra i crimini più odiosi, secondi solo allo sterminio e al genocidio.

 

Il caso di Cuba è emblematico: settant’anni di embargo, tre generazioni costrette a vivere nella scarsità non per limiti propri, ma per l’impossibilità di commerciare liberamente. Il Venezuela, Paese ricchissimo di risorse, è stato progressivamente strangolato a partire dal 2013, proprio dopo aver ridotto drasticamente la povertà, quasi eliminato l’analfabetismo e garantito istruzione e sanità gratuite.

 

E poi arriva la sentenza beffarda: “Avete visto? Sono alla fame. Quel sistema non funziona”. Una forma di cinismo che rasenta il grottesco. Ieri il comunismo, oggi l’Islam: cambia il bersaglio, non il meccanismo.

 

In definitiva, ci indigniamo per la pagliuzza nell’occhio del “nemico” – l’Iran autoritario, gli ayatollah dipinti come macchiette – e rifiutiamo di vedere la trave nel nostro. Quella di un Occidente che, al seguito dell’Impero americano, pratica metodi abietti come le sanzioni economiche e poi si autoassolve proclamando a gran voce: “Democrazia! Libertà!”.

 

Parole nobili, usate troppo spesso come copertura per politiche tutt’altro che nobili. E questo, più di tutto, dovrebbe farci riflettere.

 

Milano, 13. 1.2026

Avv. Giovanni Bonomo – Candide C.C.




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