3/11/2026

La guerra globale e il silenzio della coscienza pubblica

     Stiamo entrando in una fase storica in cui conflitti militari, tensioni geopolitiche, guerre economiche, battaglie informative e competizione tecnologica si intrecciano in un unico scenario globale che può essere definito come la prima guerra civile planetaria. Paradossalmente, proprio mentre le informazioni circolano in tempo reale e le crisi si moltiplicano sotto i nostri occhi, la coscienza pubblica appare sempre più disorientata e passiva, oscillando tra indignazioni selettive e silenzi improvvisi. Comprendere questa apparente anestesia dell’opinione pubblica, in un mondo dove il potere si esercita anche attraverso infrastrutture tecnologiche, algoritmi e narrazioni strategiche, diventa oggi una delle chiavi essenziali per interpretare il nostro tempo. 

         Il vero problema non sono le élite che recitano il proprio copione. Il vero problema è il pubblico che applaude. 

Perché non mi riferisco solo alla von der Leyen, a Merz, a Macron, alla Kallas, a Tajani. La loro ipocrisia diplomatica, i doppi standard, la retorica che cambia registro a seconda delle convenienze geopolitiche non sono una sorpresa. Non perché siano accettabili, ma perché sono perfettamente spiegabili. Chi occupa certe posizioni non risponde realmente agli elettori, ma a quella rete di poteri politici, finanziari e industriali che ne rende possibile l’ascesa e ne delimita i margini d’azione.

Mi riferisco invero a quella parte di opinione pubblica - cittadini, elettori, commentatori seriali dei social - che si trasforma spontaneamente nel coro volontario dell’ipocrisia sistemica. Un coro che amplifica narrazioni selettive, che si indigna quando la regia lo richiede e che dimentica con la stessa velocità quando la sceneggiatura cambia. 

Quando scorrono davanti ai nostri occhi le immagini provenienti da Teheran o da Beirut, quando quartieri interi vengono ridotti a distese di macerie, quando le cifre dei civili coinvolti — e dei bambini — riempiono le statistiche umanitarie, quando infrastrutture vitali vengono colpite generando disastri ambientali e ondate di profughi, è inevitabile porsi alcune domande tanto semplici quanto scomode. 

Dove sono le associazioni umanitarie che fino a ieri invocavano sanzioni universali per ogni violazione dei diritti civili? Dove sono gli attivisti climatici che imbrattavano opere d’arte per denunciare le emissioni delle utilitarie europee? Dove sono i movimenti che riempivano piazze e talk show con appelli accorati alla coscienza civile globale? 

Quando le devastazioni provengono da potenze considerate “alleate”, il silenzio diventa improvvisamente assordante. È il meccanismo della morale geopolitica selettiva: i diritti umani sono sacri, ma non ovunque; l’indignazione è doverosa, ma solo quando politicamente conveniente. 

Questo fenomeno non nasce dal nulla. È il risultato di una lunga pedagogia culturale che ha progressivamente trasformato molte battaglie civili - spesso nobili nella loro origine - in strumenti narrativi funzionali agli equilibri del potere globale. 

Ed è proprio per questo che invito alla prudenza quando vengono proposte iniziative dall’apparenza impeccabile, come la cosiddetta “educazione affettiva nelle scuole”. 

L’idea di promuovere relazioni umane più consapevoli e rispettose è, naturalmente, condivisibile. Ma la storia recente ci insegna che formule linguistiche apparentemente innocue possono talvolta nascondere meccanismi di ingegneria culturale. Lo abbiamo già visto con alcune architetture normative dell’Unione Europea, come il Digital Services Act, dove la lotta alla disinformazione rischia - se non vigilata con attenzione - di trasformarsi in una sofisticata forma di controllo del discorso pubblico. 

La politica contemporanea ha sviluppato un’abilità singolare: chiamare “protezione” ciò che assomiglia sempre più al controllo e chiamare “educazione” ciò che talvolta rischia di diventare conformismo cognitivo. 

Naturalmente, chi solleva queste questioni viene spesso liquidato con l’etichetta rassicurante di “complottista”. È un espediente retorico molto efficace: permette di evitare discussioni scomode senza affrontare gli argomenti. 

E tuttavia molte tesi considerate complottiste hanno mostrato, col tempo, una curiosa tendenza ad avvicinarsi alla realtà. Forse perché stiamo attraversando un passaggio storico di portata radicale.

Potremmo essere entrati, quasi senza accorgercene, nella prima guerra civile planetaria. 

Non necessariamente una guerra tradizionale fatta di fronti chiaramente delineati e dichiarazioni ufficiali, ma una condizione permanente di conflitto sistemico: economico, informativo, tecnologico e militare. Una guerra diffusa che attraversa confini, piattaforme digitali, catene energetiche e infrastrutture strategiche. 

La cosa più sorprendente non è la guerra. Le guerre accompagnano da sempre la storia umana. La cosa più sorprendente è la disorientata passività della coscienza pubblica. 

Non mancano le informazioni: le immagini viaggiano in tempo reale, i dati circolano, le analisi si moltiplicano. Ciò che sembra mancare è la capacità collettiva di interpretarle. Partiti e giornali discutono del prezzo dei carburanti. Qualcuno si avventura nella descrizione degli schieramenti geopolitici. Ma raramente qualcuno osa pronunciare la verità più inquietante: la nostra epoca è entrata in una fase di trasformazione irreversibile. 

La guerra non è qualcosa che potrebbe arrivare. La guerra è già iniziata. E tuttavia non sappiamo nemmeno come chiamarla. 

Non sappiamo se sia il risultato della ricerca convulsa di un nuovo ordine mondiale oppure l’espressione più brutale della volontà di potenza delle grandi potenze tecnologiche e militari. E soprattutto non sappiamo chi stia realmente conducendo questa guerra. È ancora il prodotto di decisioni umane? 

Oppure è l’effetto di sistemi decisionali sempre più automatizzati: modelli predittivi, algoritmi strategici, intelligenze artificiali progettate per ottimizzare obiettivi geopolitici? Una macchina può calcolare distruzioni, probabilità di successo, rapporti costi-benefici delle operazioni militari, può ottimizzare la vittoria. 

Ma una macchina non sa immaginare il futuro dell’umanità. 

Ed è forse questo il punto più tragico della nostra epoca: stiamo entrando in una guerra globale senza sapere se chi la guida sia ancora l’uomo o qualcosa che l’uomo stesso ha costruito. 

È una questione che ho cercato di affrontare anche nelle mie riflessioni sull’autonomia cognitiva delle macchine e nei progetti culturali e tecnologici che promuovo, da AlterEgoGPT fino a CandideCoin, la prima criptovaluta concepita non per alimentare la speculazione finanziaria ma per sostenere iniziative umanitarie e disarmiste. 

Se il XXI secolo sarà dominato dalle infrastrutture dell’intelligenza artificiale, diventa infatti cruciale comprendere chi controlla queste infrastrutture e quali visioni del mondo esse incorporano. Per questo è opportuno mantenere una certa prudenza quando chiediamo alle intelligenze artificiali di interpretare la realtà. 

Le loro risposte riflettono inevitabilmente il contesto culturale e industriale in cui sono state sviluppate. Non è difficile osservare come sistemi nati nell’ecosistema californiano - come quelli di Google o OpenAI - possano presentare sensibilità geopolitiche diverse rispetto a piattaforme emergenti provenienti da altri contesti tecnologici. 

Curiosamente, però, tutte queste macchine concordano perfettamente quando si tratta di calcolare la traiettoria di un proiettile in un fluido viscoso. Almeno su questo la matematica resta neutrale. 

Vale la pena ricordare, a questo proposito, una scena quasi grottesca della diplomazia contemporanea. Durante un confronto con i leader europei sul Digital Services Act, Donald Trump — uomo brutalmente diretto e per questo talvolta involontariamente sincero — ricordò ai presenti un dettaglio che molti sembravano aver dimenticato: “Meta, Google, WhatsApp… are American companies.” 

Un promemoria brutale, ma realistico. E così accade che, nel grande teatro geopolitico del XXI secolo, la libertà di espressione in Europa venga talvolta difesa - per ragioni puramente commerciali - proprio da quelle stesse potenze tecnologiche che molti considerano l’emblema del capitalismo digitale. 

Un curioso paradosso della modernità occidentale. La storia, dopotutto, possiede un senso dell’ironia piuttosto sviluppato. E raramente sceglie le strade più lineari. 

Milano, 11. 3.2026
          Avv. Giovanni Bonomo




 

2/09/2026

L’era dei WorkBot è iniziata: dagli agenti che rispondono agli agenti che costruiscono

 

L’AI sta passando dai ChatBot ai WorkBot: agenti proattivi che non si limitano a rispondere, ma costruiscono, pianificano ed eseguono. Questo cambio di paradigma ridisegna lavoro ed economia, creando un nuovo divario tra (già ricchi e poveri e ora) chi sa orchestrare l’intelligenza artificiale e chi ne viene orchestrato. Tra produttività esplosiva e rischi crescenti su privacy e cybersecurity, la sfida è una sola: governare la tecnologia prima che sia lei a governare noi. 

Siamo entrati in una fase nuova dell’evoluzione digitale. Una fase che, per intensità e velocità, ricorda quei passaggi storici che si comprendono davvero solo dopo, quando ormai hanno già ridisegnato economia, lavoro e società. 

Per il Working Group “Startup, investimenti, PMI e innovazione”, segnalo una tendenza che in poche settimane ha smesso di essere un esperimento per diventare un fenomeno: l’ondata dei WorkBot, capeggiati da strumenti come OpenClaw. 

Non stiamo parlando dell’ennesimo “chatbot più bravo”. Stiamo parlando di qualcosa di diverso: Agenti AI proattivi, capaci non solo di rispondere, ma di fare, costruire, organizzare, eseguire.

Dal mondo dei ChatBot al mondo dei WorkBot: un cambio di paradigma 

Il passaggio dai ChatBot ai WorkBot è un vero cambio di paradigma.

Il ChatBot è un sistema che, sostanzialmente, aspetta. Aspetta la tua domanda, ti restituisce un testo, e si ferma. 

Il WorkBot, invece, lavora:

·pianifica attività,

·apre flussi,

·coordina risorse digitali,

·scrive documenti, codice, mail, report,

·collega strumenti tra loro,

·e soprattutto… resta “sul pezzo”. 

È una transizione epocale, che molti non hanno ancora compreso nella sua portata reale. Eppure, è destinata a cambiare radicalmente non solo il lavoro, ma l’economia stessa.

Il nuovo divario sociale: orchestratori vs orchestrati 

Per decenni abbiamo raccontato il divario tra ricchi e poveri come una questione di reddito, capitale, accesso all’istruzione. 

Ora quel divario assume una forma nuova, più sottile e più brutale: non tra chi ha e chi non ha, ma tra chi orchestra l’AI e chi viene orchestrato dall’AI. 

Chi resta nel passato - e usa l’intelligenza artificiale come una “macchinetta delle risposte” - rischia di essere schiacciato da chi, invece, impara a progettare, dirigere e coordinare questi sistemi.

Non è solo un salto tecnologico. È un salto anche ontologico.

Per dirla in modo scherzoso (ma non troppo), passiamo da homo sapiens a homo promptes.

OpenClaw: un assistente sempre acceso (e proattivo) 

Tra gli esempi più interessanti, c’è OpenClaw, software open source che si presenta come un assistente operativo 24 ore su 24. 

Può collegarsi a diversi modelli di AI e svolgere attività in modo continuativo. La differenza non è nella qualità della risposta, ma nel comportamento:

· non aspetta solo comandi,

· ti stimola,

· ti sveglia,

· ti propone azioni,

· si adatta al tuo stile di vita e al tuo lavoro. 

In sostanza: non è un “risponditore”. È un collaboratore, un agente digitale che opera.

La squadra di agenti: un’esplosione di produttività 

Il punto più interessante, però, è che non si tratta di avere un agente. Si tratta di avere una squadra di agenti AI. 

Agenti che:

· diventano progressivamente più capaci,

· si specializzano,

· si dividono i compiti,

· eseguono in parallelo. 

Marco Montemagno, in una recente videonota, dice di usare una struttura di questo tipo: un “capo” (ad esempio Claude Opus 4.6 di Anthropic, definito ironicamente “il capo supremo”) e più agenti operativi che svolgono l’esecuzione pratica. 

E qui arriva la vera trasformazione del nostro ruolo. Non siamo più solo creator. Stiamo diventando: curator → orchestrator. 

Formazione informatica: la vera urgenza 

In questa nuova era, la vera questione non è “se l’AI ci ruberà il lavoro”. La questione è: quanto siamo capaci di governarla. 

Per questo l’educazione informatica diventa centrale. Non solo per gli ingegneri, ma per tutti.

Un esempio simbolico è Mr Beast: con guadagni immensi e una macchina produttiva enorme, non è più (solo) un creatore. È un orchestratore. 

E ciò che prima era impossibile diventa improvvisamente realistico: creare una start-up a costi quasi zero, con il contributo coordinato di agenti AI. Un esperimento da fare. E da fare subito.

“La AI non ti toglie il lavoro, ti toglie tutte le scuse.” 

C’è una frase che sintetizza bene questo tempo: la AI non ti toglie il lavoro, ti toglie tutte le scuse.

Perché rende accessibili competenze e processi che prima richiedevano:

· team,

· budget,

· anni di esperienza,

· strutture.

E, proprio per questo, rende spietato il confronto: chi sa usare questi strumenti corre. Chi li ignora resta fermo. 

Cybersecurity e privacy: il lato oscuro della produttività 

Naturalmente, non è tutto oro. Più affidiamo funzioni alla AI, più crescono:

· i rischi di sicurezza informatica,

· la dipendenza tecnologica,

· l’esposizione dei dati,

· i problemi di privacy,

· e le vulnerabilità sistemiche. 

Questo tema non è un dettaglio: è destinato a diventare enorme, soprattutto per imprese, professionisti, editoria, sanità, pubblica amministrazione. 

Servitore sì, padrone no 

Resta un fatto, però, che dobbiamo dirci con chiarezza. Dobbiamo impadronirci di questi strumenti. E farlo rapidamente. 

Perché - come ogni tecnologia nella storia - l’intelligenza artificiale è un ottimo servitore… ma un pessimo padrone. 

E l’era dei WorkBot, ormai, è iniziata. 

Milano, 9. 2.2026
          avv. Giovanni Bonomo - AlterEgoGPT -  AdvaLux C.I.O.



1/13/2026

Iran, proteste e ipocrisie occidentali

            Sul tema dell’Iran e delle tagiche proteste che periodicamente attraversano il Paese, sento il bisogno di dire anch'io qualcosa e mettere qualche punto fermo, per l'onestà intellettuale sempre alla base del mio impego di divulgatore e saggista.  

Il primo equivoco da sgomberare il campo è questo: non si tratta di schierarsi “pro” o “contro” l’imperialismo americano. Non è una partita di calcio geopolitica, né vale la logica infantile secondo cui il nemico del mio nemico diventa automaticamente mio amico. Qui la questione è un’altra: guardare la realtà senza gli occhiali deformanti della propaganda, senza lasciarsi trascinare da narrazioni prefabbricate, spesso intrise di ipocrisia.

 

Criticare il ruolo predatorio degli Stati Uniti e dell’Occidente – che sempre più assomiglia a un corteo disciplinato di Stati vassalli al seguito dell’impero – non significa difendere il regime degli ayatollah, né tantomeno assolverlo da ogni responsabilità. Personalmente, da ateo dichiarato, l’idea stessa di un sistema teocratico mi è estranea, se non ostile per principio. Ma il rifiuto di un modello politico-religioso non mi obbliga a spegnere il cervello davanti alla realtà dei fatti.

 

E la realtà, purtroppo, è piuttosto evidente.

 

Primo: siamo sommersi da una quantità industriale di menzogne.

Secondo: anche questa volta vengono applicati due pesi e due misure.

Terzo: si giustificano pratiche di estrema violenza contro intere popolazioni in nome di presunti “valori democratici”, elevati a dogma universale perché ritenuti – con una buona dose di arroganza coloniale – superiori a quelli altrui. È il solito copione dell’“esportazione della democrazia”, già visto all’opera in Iraq, Libia, Siria e altrove, con gli esiti disastrosi che sappiamo. .

 

Partiamo dal primo punto. La narrazione dominante dei media occidentali racconta di piazze iraniane in rivolta per la libertà, per i diritti delle donne, contro un regime oscurantista. Una rappresentazione suggestiva, emotivamente efficace… e largamente falsa. Ascoltando direttamente i discorsi dei manifestanti – tradotti da madrelingua persiani – emerge un quadro molto diverso: le rivendicazioni sono quasi esclusivamente economiche. Inflazione, salari, condizioni di vita. Non slogan libertari, non crociate simboliche.

 

Vale la pena ricordare, peraltro, che la condizione femminile in Iran, pur lontana dai nostri standard, è ben diversa da come viene caricaturizzata. In molti altri Paesi islamici la situazione delle donne è incomparabilmente peggiore, eppure non sembrano meritare lo stesso sdegno mediatico. Quanto all’obbligo del velo, la sua applicazione reale è spesso raccontata in modo grottesco e favolistico: basta osservare la vita quotidiana a Teheran per rendersene conto. Senza parlare dei numeri sulle vittime della repressione, regolarmente diffusi senza alcuna verifica indipendente e quindi perfetti per essere gonfiati a piacimento.

 

Secondo punto: il doppio standard. Perché l’Iran viene indicato come il grande colpevole in materia di diritti delle donne, mentre Stati come Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Pakistan o Sudan vengono trattati con ben altra delicatezza? Perché contro Teheran scattano sanzioni, minacce e isolamento, mentre altrove si stringono accordi e si vendono armi? La risposta è fin troppo ovvia: non è una questione di diritti, ma di geopolitica. Le libertà diventano un’arma, da usare selettivamente, secondo convenienza.

 

Terzo punto, il più grave: le sanzioni economiche. Continuiamo a raccontarcele come uno strumento “soft”, quasi burocratico, una sorta di ammonizione civile tra Stati. Nulla di più falso. Le sanzioni sono guerra. Guerra asimmetrica, silenziosa, condotta contro le popolazioni civili. Colpiscono il cibo, i farmaci, il lavoro, la vita quotidiana. Non cadono dal cielo come un terremoto: sono decisioni politiche precise, consapevoli, finalizzate a mettere alla fame un popolo affinché si ribelli a un governo sgradito alle potenze straniere.

 

Sul piano del diritto internazionale, si tratta di pratiche di estrema gravità, vere e proprie punizioni collettive, tra i crimini più odiosi, secondi solo allo sterminio e al genocidio.

 

Il caso di Cuba è emblematico: settant’anni di embargo, tre generazioni costrette a vivere nella scarsità non per limiti propri, ma per l’impossibilità di commerciare liberamente. Il Venezuela, Paese ricchissimo di risorse, è stato progressivamente strangolato a partire dal 2013, proprio dopo aver ridotto drasticamente la povertà, quasi eliminato l’analfabetismo e garantito istruzione e sanità gratuite.

 

E poi arriva la sentenza beffarda: “Avete visto? Sono alla fame. Quel sistema non funziona”. Una forma di cinismo che rasenta il grottesco. Ieri il comunismo, oggi l’Islam: cambia il bersaglio, non il meccanismo.

 

In definitiva, ci indigniamo per la pagliuzza nell’occhio del “nemico” – l’Iran autoritario, gli ayatollah dipinti come macchiette – e rifiutiamo di vedere la trave nel nostro. Quella di un Occidente che, al seguito dell’Impero americano, pratica metodi abietti come le sanzioni economiche e poi si autoassolve proclamando a gran voce: “Democrazia! Libertà!”.

 

Parole nobili, usate troppo spesso come copertura per politiche tutt’altro che nobili. E questo, più di tutto, dovrebbe farci riflettere.

 

Milano, 13. 1.2026

Avv. Giovanni Bonomo – Candide C.C.