Sul tema dell’Iran e delle tagiche proteste che periodicamente attraversano il Paese, sento il bisogno di dire anch'io qualcosa e mettere qualche punto fermo, per l'onestà intellettuale sempre alla base del mio impego di divulgatore e saggista.
Il primo equivoco
da sgomberare il campo è questo: non si tratta di schierarsi “pro” o “contro”
l’imperialismo americano. Non è una partita di calcio geopolitica, né vale la
logica infantile secondo cui il nemico del mio nemico diventa
automaticamente mio amico. Qui la questione è un’altra: guardare la
realtà senza gli occhiali deformanti della propaganda, senza lasciarsi
trascinare da narrazioni prefabbricate, spesso intrise di ipocrisia.
Criticare il ruolo
predatorio degli Stati Uniti e dell’Occidente – che sempre più assomiglia a un
corteo disciplinato di Stati vassalli al seguito dell’impero – non significa
difendere il regime degli ayatollah, né tantomeno assolverlo da ogni responsabilità.
Personalmente, da ateo dichiarato, l’idea stessa di un sistema teocratico mi è
estranea, se non ostile per principio. Ma il rifiuto di un modello
politico-religioso non mi obbliga a spegnere il cervello davanti alla realtà
dei fatti.
E la realtà,
purtroppo, è piuttosto evidente.
Primo: siamo
sommersi da una quantità industriale di menzogne.
Secondo: anche
questa volta vengono applicati due pesi e due misure.
Terzo: si
giustificano pratiche di estrema violenza contro intere popolazioni in nome di
presunti “valori democratici”, elevati a dogma universale perché ritenuti – con
una buona dose di arroganza coloniale – superiori a quelli altrui. È il solito
copione dell’“esportazione della democrazia”, già visto all’opera in Iraq,
Libia, Siria e altrove, con gli esiti disastrosi che sappiamo. .
Partiamo dal primo
punto. La narrazione dominante dei media occidentali racconta di piazze
iraniane in rivolta per la libertà, per i diritti delle donne, contro un regime
oscurantista. Una rappresentazione suggestiva, emotivamente efficace… e
largamente falsa. Ascoltando direttamente i discorsi dei manifestanti –
tradotti da madrelingua persiani – emerge un quadro molto diverso: le
rivendicazioni sono quasi esclusivamente economiche. Inflazione, salari,
condizioni di vita. Non slogan libertari, non crociate simboliche.
Vale la pena
ricordare, peraltro, che la condizione femminile in Iran, pur lontana dai
nostri standard, è ben diversa da come viene caricaturizzata. In molti altri
Paesi islamici la situazione delle donne è incomparabilmente peggiore, eppure
non sembrano meritare lo stesso sdegno mediatico. Quanto all’obbligo del velo,
la sua applicazione reale è spesso raccontata in modo grottesco e favolistico:
basta osservare la vita quotidiana a Teheran per rendersene conto. Senza
parlare dei numeri sulle vittime della repressione, regolarmente diffusi senza
alcuna verifica indipendente e quindi perfetti per essere gonfiati a
piacimento.
Secondo punto: il
doppio standard. Perché l’Iran viene indicato come il grande colpevole in
materia di diritti delle donne, mentre Stati come Arabia Saudita, Qatar,
Emirati, Pakistan o Sudan vengono trattati con ben altra delicatezza? Perché
contro Teheran scattano sanzioni, minacce e isolamento, mentre altrove si
stringono accordi e si vendono armi? La risposta è fin troppo ovvia: non è una
questione di diritti, ma di geopolitica. Le libertà diventano un’arma, da usare
selettivamente, secondo convenienza.
Terzo punto, il più
grave: le sanzioni economiche. Continuiamo a raccontarcele come uno strumento
“soft”, quasi burocratico, una sorta di ammonizione civile tra Stati. Nulla di
più falso. Le sanzioni sono guerra. Guerra asimmetrica, silenziosa, condotta contro
le popolazioni civili. Colpiscono il cibo, i farmaci, il lavoro, la vita
quotidiana. Non cadono dal cielo come un terremoto: sono decisioni politiche
precise, consapevoli, finalizzate a mettere alla fame un popolo affinché si
ribelli a un governo sgradito alle potenze straniere.
Sul piano del
diritto internazionale, si tratta di pratiche di estrema gravità, vere e
proprie punizioni collettive, tra i crimini più odiosi, secondi solo allo
sterminio e al genocidio.
Il caso di Cuba è
emblematico: settant’anni di embargo, tre generazioni costrette a vivere nella
scarsità non per limiti propri, ma per l’impossibilità di commerciare
liberamente. Il Venezuela, Paese ricchissimo di risorse, è stato
progressivamente strangolato a partire dal 2013, proprio dopo aver ridotto
drasticamente la povertà, quasi eliminato l’analfabetismo e garantito
istruzione e sanità gratuite.
E poi arriva la
sentenza beffarda: “Avete visto? Sono alla fame. Quel sistema non funziona”.
Una forma di cinismo che rasenta il grottesco. Ieri il comunismo, oggi l’Islam:
cambia il bersaglio, non il meccanismo.
In definitiva, ci
indigniamo per la pagliuzza nell’occhio del “nemico” – l’Iran autoritario, gli
ayatollah dipinti come macchiette – e rifiutiamo di vedere la trave nel nostro.
Quella di un Occidente che, al seguito dell’Impero americano, pratica metodi abietti
come le sanzioni economiche e poi si autoassolve proclamando a gran voce:
“Democrazia! Libertà!”.
Parole nobili,
usate troppo spesso come copertura per politiche tutt’altro che nobili. E
questo, più di tutto, dovrebbe farci riflettere.
Milano, 13. 1.2026
Avv. Giovanni
Bonomo – Candide C.C.






