8/29/2026

Sionismo e antisemitismo. Il video STOP SION di Angelo Cianti

         

Criticare il sionismo, lo Stato d’Israele e le sue politiche è pienamente legittimo, ma quando dalla critica di un’ideologia politica si passa alla rappresentazione di una presunta etnia occulta che controllerebbe finanza, media, governi e destini del mondo, cambia completamente il terreno del discorso. Il video STOP SION di Giovanni Angelo Cianti offre l’occasione per riflettere su un confine che, soprattutto oggi, è necessario mantenere molto netto.

Seguo da tempo con interesse le pubblicazioni di Giovanni Angelo Cianti e anche i suoi video in YouTube. Uno di questi, da ultimo editato, è STOP SION, dedicato al sionismo e alle presunte forze che ne avrebbero determinato nascita, sviluppo e potere mondiale.

 

È giusto precisare, come lo si fa anche in questo video, che ebraismo, popolo ebraico, sionismo e Stato d’Israele sono realtà diverse, storicamente e concettualmente, e che criticare il sionismo come movimento politico e nazionalista non equivale affatto, di per sé, a nutrire ostilità verso gli ebrei.

Lo chiarisce persino la Jerusalem Declaration on Antisemitism, elaborata da studiosi di storia ebraica, antisemitismo, Shoah e Medio Oriente: opporsi al sionismo come forma di nazionalismo o discutere differenti assetti politici e costituzionali per israeliani e palestinesi non costituisce, in sé, antisemitismo.

Ma le mie perplessità sulle tesi di STOP SION derivano dal fatto che, almeno nella parte più estrema della sua costruzione, il discorso si sposta progressivamente da un’ideologia politica storicamente determinata a una sorta di soggetto occulto transnazionale, identificato con “falsi ebrei ashkenaziti”, al quale vengono attribuiti contemporaneamente comunismo, nazismo, controllo della finanza, dei media, della farmaceutica e della politica internazionale.

A quel punto non siamo più davanti alla storia delle idee o alla geopolitica, siamo invece davanti alla struttura narrativa classica del complotto universale.

È uno schema antico e straordinariamente resistente: tutto ciò che appare contraddittorio nella storia smette di esserlo perché dietro i protagonisti ufficialmente contrapposti agirebbe, in realtà, il medesimo burattinaio.

Capitalismo e comunismo? Stesso burattinaio, nazismo e bolscevismo? Stesso burattinaio, finanza internazionale, stampa, industria farmaceutica, governi? Sempre lui.

Una teoria del genere possiede un indubbio vantaggio dialettico: non può mai essere smentita, perché qualsiasi elemento contrario diventa automaticamente la prova dell’abilità del complotto nel nascondersi.

È la versione geopolitica del gatto di Schrödinger: il congiurato è contemporaneamente ovunque e da nessuna parte, ma una teoria che spiega tutto, proprio per questo, rischia di non spiegare più nulla.

Più grave è il recupero di immagini e categorie che appartengono direttamente alla storia dell’antisemitismo europeo: l’idea che gli ebrei esercitino segretamente un controllo coordinato su banche, governi, stampa e società è infatti il cuore narrativo dei famigerati Protocolli dei Savi di Sion, il falso antisemita comparso nella Russia zarista all’inizio del Novecento e successivamente smascherato come contraffazione e plagio.

Quel testo non è interessante perché vero — non lo è — ma perché ha fornito per oltre un secolo una specie di software narrativo del complottismo antiebraico: cambiano i protagonisti, cambiano le crisi, cambiano le tecnologie, ma l’architettura rimane sorprendentemente identica.

Ancor più inquietante è l’evocazione dei sacrifici rituali. Qui non siamo nemmeno più nel Novecento, ma ritorniamo direttamente alla medievale blood libel: la falsa accusa secondo cui gli ebrei utilizzerebbero sangue di non ebrei, spesso bambini cristiani, per finalità rituali… una leggenda che nei secoli contribuì a persecuzioni e pogrom e che sarebbe poi stata recuperata dalla propaganda nazista.

Sembra proprio un’ archeologia dell’odio presentata come rivelazione contemporanea, e pure la centralità attribuita all’origine cazara degli ashkenaziti merita cautela.

L’ipotesi cazara ha una sua storia storiografica e non è proibito discuterla, ma trasformarla da ipotesi sulle origini di alcune popolazioni in prova dell’esistenza di una falsa identità ebraica è un salto logico enorme. E soprattutto le principali analisi genetiche genome-wide non hanno trovato evidenze di una sostanziale origine cazara degli ashkenaziti, mostrando invece una storia genetica molto più complessa, con componenti mediorientali ed europee.

Ma c'è soprattutto una domanda che precede persino la genetica: che cosa c'entra il DNA con la legittimità di una politica?

Se anche domani un laboratorio dimostrasse che Theodor Herzl discendeva direttamente da Gengis Khan, il giudizio sul sionismo non cambierebbe di una virgola, perché le idee politiche si giudicano sulle idee, le azioni sugli effetti, gli Stati sul diritto, non sugli aplogruppi.

Ed è proprio questa ossessione genealogica a rivelare il punto debole di certe costruzioni: invece di esaminare responsabilità precise — governi, partiti, lobby, istituzioni, uomini — si cerca una continuità biologica capace di spiegare il potere.

È qui che la critica politica rischia di trasformarsi in essenzialismo etnico.

Contestare le politiche israeliane, denunciare le sofferenze della popolazione palestinese, criticare gli insediamenti nei territori occupati, discutere l'influenza delle lobby filoisraeliane, mettere in discussione il sionismo o persino considerarlo un nazionalismo storicamente fallimentare sono posizioni politiche discutibili come tutte le altre, ma pienamente ammesse nel confronto democratico; persino la definizione IHRA, assai più estensiva della Jerusalem Declaration, precisa che una critica di Israele analoga a quella rivolta a qualsiasi altro Paese non può essere considerata antisemita.

Altra cosa è sostenere che gli ebrei come collettività, ribattezzati “ashkenaziti” o “sionisti”, controllino segretamente economia, informazione, medicina e governi.

Questo è, a mio parere, il limite più evidente di STOP SION: il video parte da una domanda politica perfettamente legittima — quale ruolo abbia avuto e abbia oggi il sionismo nella storia del Medio Oriente e negli equilibri internazionali — ma finisce per dilatare il proprio oggetto fino a trasformarlo in una teoria generale della storia universale.

Ed è un peccato, perché il potere reale è già abbastanza interessante senza bisogno di inventargli proprietà ataviche e genealogiche: esistono lobby, esistono gruppi di pressione, esistono concentrazioni finanziarie, esistono apparati militari-industriali, esistono reti mediatiche, esistono governi che mentono, alleanze che condizionano le decisioni democratiche e interessi economici capaci di pesare enormemente sulle politiche pubbliche.

Allora studiamoli, facciamo nomi, documentiamo finanziamenti, analizziamo bilanci, ricostruiamo catene decisionali, verifichiamo responsabilità. È il metodo empirico che impronta ogni ricerca condotta in modo storicamente attendibile: fatti, fonti, prove, non lo dico solo da giurista, ma da studioso della storia.

Sostituire tutto questo con una presunta etnia che attraverserebbe i secoli manovrando contemporaneamente Marx e Hitler, Wall Street e Mosca, i giornali e le multinazionali farmaceutiche non rende la critica più radicale, la rende a contrario soltanto più fragile.

E soprattutto offre il migliore regalo possibile proprio a coloro che vorrebbero impedire qualsiasi critica seria alle politiche israeliane: poter liquidare ogni dissenso come antisemitismo. Paradossalmente, dunque, il complottismo non aiuta l’antisionismo, lo scredita e basta.

La critica al sionismo può essere severa, persino radicale, senza bisogno di rispolverare linee di sangue, genealogie razziali e burattinai universali. Anzi, proprio perché oggi la questione israelo-palestinese richiede parole libere, occorre essere ancora più rigorosi nell'usarle.

Perché la libertà di pensiero non consiste nel credere a tutto ciò che il pensiero dominante ci invita a respingere, consiste nel pretendere prove anche dalle idee che ci piacerebbe fossero vere.

È una disciplina assai meno spettacolare del complotto, ma, alla lunga, molto più rivoluzionaria.

Rapallo, 29. 8.2026
         avv. Giovanni Bonomo – Candide C.C.

 




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