Stiamo entrando in una fase storica in cui conflitti militari, tensioni geopolitiche, guerre economiche, battaglie informative e competizione tecnologica si intrecciano in un unico scenario globale che può essere definito come la prima guerra civile planetaria. Paradossalmente, proprio mentre le informazioni circolano in tempo reale e le crisi si moltiplicano sotto i nostri occhi, la coscienza pubblica appare sempre più disorientata e passiva, oscillando tra indignazioni selettive e silenzi improvvisi. Comprendere questa apparente anestesia dell’opinione pubblica, in un mondo dove il potere si esercita anche attraverso infrastrutture tecnologiche, algoritmi e narrazioni strategiche, diventa oggi una delle chiavi essenziali per interpretare il nostro tempo.
Il vero problema non sono le élite che recitano il proprio copione. Il vero problema è il pubblico che applaude.
Perché non mi
riferisco solo alla von der Leyen, a Merz, a Macron, alla Kallas, a Tajani. La
loro ipocrisia diplomatica, i doppi standard, la retorica che cambia registro a
seconda delle convenienze geopolitiche non sono una sorpresa. Non perché siano
accettabili, ma perché sono perfettamente spiegabili. Chi occupa certe
posizioni non risponde realmente agli elettori, ma a quella rete di poteri
politici, finanziari e industriali che ne rende possibile l’ascesa e ne
delimita i margini d’azione.
Mi riferisco invero a quella parte di opinione pubblica - cittadini, elettori, commentatori seriali dei social - che si trasforma spontaneamente nel coro volontario dell’ipocrisia sistemica. Un coro che amplifica narrazioni selettive, che si indigna quando la regia lo richiede e che dimentica con la stessa velocità quando la sceneggiatura cambia.
Quando scorrono davanti ai nostri occhi le immagini provenienti da Teheran o da Beirut, quando quartieri interi vengono ridotti a distese di macerie, quando le cifre dei civili coinvolti — e dei bambini — riempiono le statistiche umanitarie, quando infrastrutture vitali vengono colpite generando disastri ambientali e ondate di profughi, è inevitabile porsi alcune domande tanto semplici quanto scomode.
Dove sono le associazioni umanitarie che fino a ieri invocavano sanzioni universali per ogni violazione dei diritti civili? Dove sono gli attivisti climatici che imbrattavano opere d’arte per denunciare le emissioni delle utilitarie europee? Dove sono i movimenti che riempivano piazze e talk show con appelli accorati alla coscienza civile globale?
Quando le devastazioni provengono da potenze considerate “alleate”, il silenzio diventa improvvisamente assordante. È il meccanismo della morale geopolitica selettiva: i diritti umani sono sacri, ma non ovunque; l’indignazione è doverosa, ma solo quando politicamente conveniente.
Questo fenomeno non nasce dal nulla. È il risultato di una lunga pedagogia culturale che ha progressivamente trasformato molte battaglie civili - spesso nobili nella loro origine - in strumenti narrativi funzionali agli equilibri del potere globale.
Ed è proprio per questo che invito alla prudenza quando vengono proposte iniziative dall’apparenza impeccabile, come la cosiddetta “educazione affettiva nelle scuole”.
L’idea di promuovere relazioni umane più consapevoli e rispettose è, naturalmente, condivisibile. Ma la storia recente ci insegna che formule linguistiche apparentemente innocue possono talvolta nascondere meccanismi di ingegneria culturale. Lo abbiamo già visto con alcune architetture normative dell’Unione Europea, come il Digital Services Act, dove la lotta alla disinformazione rischia - se non vigilata con attenzione - di trasformarsi in una sofisticata forma di controllo del discorso pubblico.
La politica contemporanea ha sviluppato un’abilità singolare: chiamare “protezione” ciò che assomiglia sempre più al controllo e chiamare “educazione” ciò che talvolta rischia di diventare conformismo cognitivo.
Naturalmente, chi solleva queste questioni viene spesso liquidato con l’etichetta rassicurante di “complottista”. È un espediente retorico molto efficace: permette di evitare discussioni scomode senza affrontare gli argomenti.
E tuttavia
molte tesi considerate complottiste hanno mostrato, col tempo, una curiosa
tendenza ad avvicinarsi alla realtà. Forse perché stiamo attraversando un
passaggio storico di portata radicale.
Potremmo essere entrati, quasi senza accorgercene, nella prima guerra civile planetaria.
Non necessariamente una guerra tradizionale fatta di fronti chiaramente delineati e dichiarazioni ufficiali, ma una condizione permanente di conflitto sistemico: economico, informativo, tecnologico e militare. Una guerra diffusa che attraversa confini, piattaforme digitali, catene energetiche e infrastrutture strategiche.
La cosa più sorprendente non è la guerra. Le guerre accompagnano da sempre la storia umana. La cosa più sorprendente è la disorientata passività della coscienza pubblica.
Non mancano le informazioni: le immagini viaggiano in tempo reale, i dati circolano, le analisi si moltiplicano. Ciò che sembra mancare è la capacità collettiva di interpretarle. Partiti e giornali discutono del prezzo dei carburanti. Qualcuno si avventura nella descrizione degli schieramenti geopolitici. Ma raramente qualcuno osa pronunciare la verità più inquietante: la nostra epoca è entrata in una fase di trasformazione irreversibile.
La guerra non è qualcosa che potrebbe arrivare. La guerra è già iniziata. E tuttavia non sappiamo nemmeno come chiamarla.
Non sappiamo se sia il risultato della ricerca convulsa di un nuovo ordine mondiale oppure l’espressione più brutale della volontà di potenza delle grandi potenze tecnologiche e militari. E soprattutto non sappiamo chi stia realmente conducendo questa guerra. È ancora il prodotto di decisioni umane?
Oppure è l’effetto di sistemi decisionali sempre più automatizzati: modelli predittivi, algoritmi strategici, intelligenze artificiali progettate per ottimizzare obiettivi geopolitici? Una macchina può calcolare distruzioni, probabilità di successo, rapporti costi-benefici delle operazioni militari, può ottimizzare la vittoria.
Ma una macchina non sa immaginare il futuro dell’umanità.
Ed è forse questo il punto più tragico della nostra epoca: stiamo entrando in una guerra globale senza sapere se chi la guida sia ancora l’uomo o qualcosa che l’uomo stesso ha costruito.
È una questione che ho cercato di affrontare anche nelle mie riflessioni sull’autonomia cognitiva delle macchine e nei progetti culturali e tecnologici che promuovo, da AlterEgoGPT fino a CandideCoin, la prima criptovaluta concepita non per alimentare la speculazione finanziaria ma per sostenere iniziative umanitarie e disarmiste.
Se il XXI secolo sarà dominato dalle infrastrutture dell’intelligenza artificiale, diventa infatti cruciale comprendere chi controlla queste infrastrutture e quali visioni del mondo esse incorporano. Per questo è opportuno mantenere una certa prudenza quando chiediamo alle intelligenze artificiali di interpretare la realtà.
Le loro risposte riflettono inevitabilmente il contesto culturale e industriale in cui sono state sviluppate. Non è difficile osservare come sistemi nati nell’ecosistema californiano - come quelli di Google o OpenAI - possano presentare sensibilità geopolitiche diverse rispetto a piattaforme emergenti provenienti da altri contesti tecnologici.
Curiosamente, però, tutte queste macchine concordano perfettamente quando si tratta di calcolare la traiettoria di un proiettile in un fluido viscoso. Almeno su questo la matematica resta neutrale.
Vale la pena ricordare, a questo proposito, una scena quasi grottesca della diplomazia contemporanea. Durante un confronto con i leader europei sul Digital Services Act, Donald Trump — uomo brutalmente diretto e per questo talvolta involontariamente sincero — ricordò ai presenti un dettaglio che molti sembravano aver dimenticato: “Meta, Google, WhatsApp… are American companies.”
Un promemoria brutale, ma realistico. E così accade che, nel grande teatro geopolitico del XXI secolo, la libertà di espressione in Europa venga talvolta difesa - per ragioni puramente commerciali - proprio da quelle stesse potenze tecnologiche che molti considerano l’emblema del capitalismo digitale.
Un curioso paradosso della modernità occidentale. La storia, dopotutto, possiede un senso dell’ironia piuttosto sviluppato. E raramente sceglie le strade più lineari.
Milano, 11.
3.2026
Avv. Giovanni
Bonomo
