8/07/2025

La teologia, scienza del nulla

 

La teologia si propone di trattare l’assoluto, di delimitare ciò che, per definizione, sfugge ad ogni delimitazione, di sondare la coscienza di un’entità che si dichiara inconoscibile. Eppure, da secoli, questo cortocircuito logico si è reso credibile con una moltitudine di libri, dedicati all’analisi delle caratteristiche, delle intenzioni, degli ordini e persino delle emozioni attribuite a “Dio”. Ma cosa resta, alla fine, di questa impresa? Un castello costruito sul vuoto, un discorso chiuso, autoreferenziale, che sfugge sistematicamente ad ogni confronto con la verifica empirica. 

La teologia prende le mosse da un presupposto non dimostrabile: che esista una realtà trascendente, onnipotente, eterna e cosciente. Tutto il resto – dogmi, dottrine, morali rivelate, descrizioni dell’aldilà – non è che l’elaborazione narrativa di tale premessa. È come edificare una cattedrale sospesa su una nube: per quanto maestosa e coerente, resta sempre priva di fondamenta reali. 

L’incongruenza è palese: si afferma che Dio è inconoscibile alla mente umana, e tuttavia si istituisce un intero sapere per dire cosa Dio è, cosa vuole, cosa vieta. È un cortocircuito intellettuale. Se un matematico dichiarasse incalcolabile una certa entità e poi pretendesse di farne un calcolo preciso, sarebbe oggetto di derisione; ma un teologo, anche quando parla per enigmi, viene spesso ascoltato con rispetto, come se stesse svelando verità profonde. 

Si potrebbe allora chiedere quale sia lo scopo effettivo della teologia. La risposta più disillusa ma onesta, è che serve a sostenere il potere, a fornire una legittimazione ideologica alle istituzioni religiose, a creare gerarchie spirituali, a rendere sacre regole sociali calate dall’alto. In questo schema, Dio ordina e l’uomo esegue. E colui che interpreta la voce divina – il teologo, il pontefice, il chierico, il prete – diventa un legislatore immune da contestazioni razionali. 

E poi ci sono quei credenti che danno cenni di risveglio dal sonno dogmatico-religioso e diventano pure anticlericali ma continuano a credere in "Dio"... l'invenzione che ha consentito nei secoli alla Chiesa di diventare ricchissima - fino a fondare uno Stato all'interno dell'Italia - a discapito e con le donazioni della povera gente ignorante. Il credente anticlericale è lo specchio riflesso del suo opposto, il laico devoto, categoria che riguarda la pressoché totalità dei politici italiani. 

Ma la teologia non è solo uno strumento del potere esterno. Risponde anche a un bisogno profondo dell’individuo: la paura del vuoto, dell’incertezza, della morte. Il desiderio umano di senso è legittimo, e non si può biasimare chi lo cerca in racconti che vanno oltre il visibile; tuttavia, la forza consolatoria di un’idea non equivale alla sua verità, né può giustificare l’imposizione della stessa come dogma universale. 

Alla radice, la questione è epistemologica: la teologia si fonda su un metodo che non può essere sottoposto a verifica né a falsificazione. Non è una scienza, né una filosofia, è piuttosto una forma di mitopoiesi travestita da “sapere”, che fa uso di parole solenni ma non produce vera conoscenza, anzi la ostacola, soprattutto quando si oppone al pensiero critico, alla scienza o alla libertà di coscienza. 

Affermare che l’essere umano non è stato creato per Dio, né Dio per l’essere umano, significa sposare un’idea evoluta di laicità: l’uomo non ha bisogno di proiettare all’esterno i propri ideali assoluti, di delegare la propria coscienza a entità assolute, né di sottomettersi ad una inventata volontà superiore. La sua dignità risiede nel riconoscere i propri limiti e nel cercare senso nella vita concreta, non in un’ipotetica legge divina. 

Così, per quanto la teologia continui a generare teorie e speculazioni, resta in ultima analisi una costruzione illogica fondata sul nulla: il tentativo sistematico di parlare seriamente di ciò di cui non si sa se esista, né in che forma, né con quale scopo, una follia, talvolta poetica, talvolta consolante, ma purtroppo posta alla base di religioni che non rispettano i diritti dell’uomo. 

Milano, 25. 7.2025
          Avv. Giovanni Bonomo




7/31/2025

Il mito della Terra piatta e le moderne post-verità

 

A distanza di nove anni esatti riporto di seguito un mio post su Facebook del 31 luglio 2016, sulla rinascita della teoria della Terra piatta, cogliendo l’occasione per parlarvi della poi sopravvenuta post-verità del Covid 19 e dei conseguenti “vaccini”. 

La post-verità è la situazione in cui non contano i fatti, i dati, le dimostrazioni, l’opinione della (vera) comunità scientifica (non televisiva): conta solo quello che uno pensa, o meglio “crede”, e che rinforza all’interno della sua bolla mentale. Se i fatti, i dati, le dimostrazioni vanno in un’altra direzione, è perché c’è un complotto. 

Nel perimetro della post-verità si insinua la manipolazione dei dati e la fallacia logica (strumentale) della pandemia da Covid, nell’ancora attuale silenzio dell’ “informazione” ufficiale su morti e affetti avversi dei “vaccini”. 

L’ultimo report ISS certifica che solo il 2,9% dei decessi per Covid-19 ha interessato soggetti senza patologie pregresse, ergo – è la tesi rilanciata anche da quotidiani nazionali, come Il Tempo – il restante 97,1% sarebbe morto comunque. Tutti moriremo comunque: il problema è il quando; 4 italiani su 10 soffrono almeno di una patologia cronica. http://www.quotidianosanita.it/studi-e.../articolo.php... 

I  dati Istat certificano un eccesso di mortalità di circa 100.000 unità nel solo 2020 e tale eccesso è stato acriticamente attribuito al Covid-19. E ancora oggi c’è chi vive di questa post-verità. 

Una post-verità costruita e ancora alimentata da virologi come Burioni, Bassetti & C., che non si fanno scrupoli di sostenerla con bufale ripetute periodicamente, anche quando si fa loro toccare con mano la loro falsità... anche con il documento dell'ISS, che dice cose note da tempo: il virus ha fatto vittime soprattutto, se non solo, tra gli anziani con co-morbilità e la malattia da Covid era perfettamente curabile senza bisogno di dannosi “vaccini” sperimentali. 

Ma non mi riferisco ai vari virologi, essendo in mala fede per l’interesse economico che a loro deriva, ma alla massa dei cittadini che non esercitano nessun pensiero critico nonostante Internet abbondi di articoli di “controinformazione”. 

È tempo perso insomma, trattandosi di una situazione simile a un disturbo mentale, come quello massificato e collettivo del credo religioso: non impiegherei più tempo prezioso, adesso, a dimostrare a qualcuno che si veste come Napoleone che in realtà quello vero è morto due secoli fa, così come non mi avventurerei più a far ragionare e convincere un credente che il suo “dio”, di qualunque religione sia, non esiste. Invece esiste, e purtroppo sempre esisterà, chi crede ancora nella Terra piatta.   

Milano, 31 luglio 2025

Giovanni Bonomo

 

 Di seguito il mio post di 9 anni fa.

 

Il mito della Terra piatta e la sua recente rinascita come teoria. 

La forma più o meno sferica, comunque tridimensionale e non piatta, del cervello umano, e non solo, trova corrispondenza nella signatura rerum di tutto il creato, ricordando la nota analogia morfologica della noce che richiama le linee cerebrali. Perché dico questo? Ebbene, dovete sapere che, in questa domenica milanese - e non come pensavo esotica - di fine luglio, dovendo restare ancora per il disbrigo di alcune pratiche di mia mamma, mi sono incuriosito a guardare alcuni video su YouTube che spiegano, con dovizia di particolari e dimostrazioni ragionate, la verità nascosta della Terra Piatta. 

Gli autori di questi video sfoggiano una serie di “prove” di tale sepolta verità che contrasta con tutti gli studi astronomici e infine con tutte osservazioni della NASA, le cui foto sarebbero truccate. Devo riconoscere che tali filmati sono veramente fatti bene e resi suggestivi dagli autori, i quali quasi fanno a gara per rendere apprezzabile e plausibile tale infondata, già secondo buon senso, teoria. Ora sappiamo bene del declino generalizzato delle capacità intellettive umane di questo periodo storico, sol che si guardi a certi post nei social network, ma credo che solo la legge universale del "non c'è limite al peggio" possa spiegare una cosa del genere come la Terra Piatta e i loro attuali sostenitori. 

Ma non abbiamo già le tre religioni monoteiste a rovinare il pianeta e il libero pensiero e la ricerca scientifica? Dobbiamo ora aggiungere altri miti oltre a quelli che stanno portando distruzione e morte? Ho voluto allora andare a fondo della questione, e ho scoperto perché il mito della Terra Piatta (apparentemente innocuo, se non uccidesse la vera e seria ricerca astronomica) è stato recentemente riesumato per essere spiegato in chiave “scientifica”. 

Pare che sia stato il rapper B.o.B. - nome d’arte di Bobby Ray Simmons - a proclamare per primo su Twitter che la Terra in realtà è piatta e che la NASA non sta facendo altro che ingannarci, da decenni. L’astrofisico Neil deGrasse Tyson non ha potuto fare a meno di rispondere. Successivamente B.o.B. ha inciso un dissing rivolto a Tyson ma questi, come era ovvio e prevedibile, gli ha risposto per le rime con un altro dissing, ridicolizzandolo e facendo sfiorare tale diverbio vette di surrealismo inaudite. 

In seguito alle dichiarazioni di Simmons, sono stati in molti a sorprendersi nell’apprendere che, nel 2016, esistono ancora persone convinte che la Terra sia piatta. Dopo tutto, la scoperta che la Terra è sferica risale agli antichi greci, il merito viene attribuito a Pitagora, verso il 500 a.C., basò la sua idea sul fatto che la Luna è sferica. 

Lo aveva dimostrato osservando la forma del terminatore, cioè della linea che divide la parte illuminata della Luna e la parte in ombra, e le sue variazioni nel corso del ciclo lunare. Pitagora intuì che se la Luna è sferica anche la Terra deve esserlo. Dopodiché, fra il 500 a.C. e il 430 a.C., un allievo di nome Anassagora determinò la vera causa delle eclissi di Luna e di Sole, e in seguito la forma dell'ombra terrestre sulla Luna durante un'eclissi lunare poté essere utilizzata per dimostrare la sfericità della Terra. 

Attorno al 350 a.C., Aristotele dichiarò che la Terra è una sfera, basandosi sulle osservazioni compiute sulle diverse costellazioni visibili in cielo spostandosi sulla Terra a diverse latitudini. Durante il secolo successivo, Aristarco ed Eratostene misurarono perfino il raggio della curvatura terrestre. 

Voglio dire che la sfericità della Terra – e degli altri pianeti dell’universo – era stata notata e dimostrata secoli prima che Copernico, Keplero e Galilei scoprissero che la Terra gira intorno al sole, come gli altri pianeti del nostro e di altri sistemi solari. 

Spero che questa riflessione possa contribuire a chiudere quest’insana discussione della “Terra Piatta” e dei suoi video promozionali su YouTube, ripresi pure in gruppi di libera e seria ricerca su Facebook.

Di seguito riporto il link di Wikipedia sul pianeta Terra e un altro link ad un articolo che affronta in chiave sociologica, antropologica e psichiatrica - trattandosi anche di una psicosi collettiva dovuta alla pervasività di Internet e dei suoi filmati - questo recente caso di revival del mito.

* https://it.wikipedia.org/wiki/Sfericità_della_Terra

* http://motherboard.vice.com/it/read/-perche-alcuni-credono-ancora-che-la-terra-sia-piatta

 Milano, 31 luglio 2016
             Giovanni Bonomo

  


7/27/2025

La guerra nel cuore dell’Europa e oltre: il difficile ma possibile cammino verso la pace


La guerra in Ucraina, lungi dall’essere solo un conflitto territoriale, è divenuta un simbolo di una frattura ben più ampia e profonda, che attraversa il mondo tra visioni egemoniche, interessi strategici ed economici. Da un lato l'Occidente a trazione NATO, che si presenta come baluardo della democrazia e della libertà contro un’autocrazia invasiva; dall’altro una narrazione alternativa, che accusa l'Occidente di aver provocato la guerra con l’espansione a est e di usare l’Ucraina come strumento di logoramento della Russia. Ma la verità è più complessa.

 Il punto di vista occidentale: difendere l’ordine liberale 

Per Stati Uniti, Regno Unito e i Paesi membri della NATO, la guerra in Ucraina è una risposta necessaria a un’aggressione inattesa e brutale. In questa narrativa, Vladimir Putin è il nuovo zar, un autocrate ossessionato dal mito dell’impero perduto, pronto a calpestare la sovranità di uno Stato libero e democratico. L’Occidente sostiene l’Ucraina per fermare la legge del più forte, proteggere i confini europei e inviare un messaggio chiaro: nessuna invasione resterà impunita. 

Non mancano elementi validi in questa visione: l’invasione russa del 24 febbraio 2022 viola in modo lampante il diritto internazionale e rappresenta una tragedia umanitaria. Chi nega questo parte da una premessa profondamente errata. Ma è altrettanto errato fermarsi qui. 

La critica dissidente: il prezzo della nostra ipocrisia 

Giornalisti e intellettuali come Marco Travaglio, Giorgio Bianchi, Elena Basile e Alessandro Orsini denunciano, pur con accenti e approcci diversi, il doppio standard dell’Occidente, l’uso cinico del linguaggio dei diritti per mascherare interessi geopolitici ed economici. Ricordano che la NATO, dopo la fine della Guerra Fredda, ha violato promesse implicite fatte a Mosca (come la non espansione verso est) e che il conflitto in Ucraina non nasce nel 2022 ma affonda le radici nel 2014, con il colpo di Stato a Kiev e la guerra civile nel Donbass. 

Questa corrente di pensiero evidenzia l’effetto devastante delle sanzioni, il ruolo della lobby delle armi, la demonizzazione sistematica del dissenso e l’annichilimento del giornalismo indipendente. L’Europa, in questa visione, appare vassalla degli interessi americani, incapace di elaborare una politica autonoma e di farsi ponte tra i due mondi.  

Come scrivevo in La guerra nel cuore dell’Europa, questo conflitto ha fatto saltare l’idea stessa di un’Europa pacificata e ha sancito la crisi del progetto comunitario, che ha abbandonato ogni vocazione pacifista per accodarsi a un paradigma militarista. Siamo diventati guerrafondai per procura senza rendercene conto. 

Vogliamo tutti una pace giusta 

La pace non è solo l’assenza di guerra, è una condizione politica, giuridica e culturale fondata sulla giustizia, sull’autodeterminazione dei popoli, sul rispetto reciproco e sull’equilibrio tra interessi divergenti. Ma per poterne parlare con serietà occorre uscire dal dogma della “vittoria totale”, e questo da entrambe le parti. 

Occorre denunciare con la stessa fermezza:

· l’aggressione russa in quanto tale, e le sue conseguenze devastanti per civili, minori, donne, territori distrutti e generazioni future;

· l’espansionismo NATO, la subalternità europea, il cinismo industrial-militare e la manipolazione dell’informazione;

· la censura del dissenso, l’istigazione all’odio russofobo, il fallimento dell’ONU e dell’OSCE.

 

Dobbiamo tornare a proporre:

· un cessate il fuoco immediato e garantito;

· una conferenza internazionale per la neutralità armata dell’Ucraina;

· il riconoscimento dei diritti delle minoranze (russofone, tatari di Crimea, ucraini della Transcarpazia);

· un tribunale imparziale che indaghi sui crimini di guerra di tutte le parti;

· un piano europeo per la ricostruzione e la riconciliazione sociale post-bellica;

· un freno alla corsa agli armamenti e un nuovo patto di sicurezza collettiva euroasiatico. 

Come ho scritto in Quel crimine della guerra, abominio di ogni diritto, la guerra non è solo un reato contro il diritto internazionale: è un’onta per la coscienza umana. Ed è proprio per questo che ogni cittadino, intellettuale, politico e giurista ha il dovere morale di opporsi, sempre, alla sua normalizzazione.

 E Gaza grida: "cessate lo sterminio!"

 Non possiamo parlare di pace in Ucraina dimenticando Gaza. Anzi, sarebbe un’offesa al concetto stesso di giustizia, perché là una “guerra” non c’è, ma solo un sistematico sterminio. 

Nella Striscia di Gaza, da mesi – se non da anni – si consuma un genocidio a bassa e alta intensità, condotto da uno Stato che si dichiara “democrazia” ma agisce con metodi coloniali e disumani. Il diritto internazionale viene quotidianamente calpestato: ospedali bombardati, bambini bruciati vivi, giornalisti uccisi, intere famiglie cancellate da missili "chirurgici". Il tutto sotto il silenzio o la complicità delle grandi potenze occidentali. 

Quale credibilità ha l’Occidente che si commuove per Kiev e ignora Rafah? Che invoca la Carta dell’ONU per l’Ucraina ma la straccia per la Palestina? 

Una vera pace giusta non può che essere universale. Non può fermarsi al confine polacco o all’Oblast' di Luhans'k, deve valere per ogni popolo, per ogni madre che piange un figlio, per ogni popolo che lotta per vivere. Lo ricordo nel mio contributo Alla ricerca di una pace perduta: se non poniamo fine alla guerra, sarà la guerra a porre fine a noi. 

Da che parte stare? Dalla parte dell’umanità 

La neutralità, oggi, non è equidistanza: è umanità. È capacità di pensiero critico, di compassione, di lucidità, è rifiutare di scegliere tra imperi, per scegliere la dignità della persona. È tempo di unire le forze migliori, di destra e sinistra, religiose e laiche, pacifiste e militanti, per un nuovo fronte: quello della pace giusta, possibile e necessaria. 

Il Centro Culturale Candide, da sempre promotore di un umanesimo laico e pacifista, lancia un appello aperto alla società civile del mondo intero per una pace duratura e incondizionata. 

Non siamo né con Putin né con Trump, siamo con chi muore sotto le bombe, con chi chiede pane e non carri armati, con chi osa ancora parlare di umanesimo. E forse, se abbastanza voci si uniranno, il silenzio della guerra potrà essere interrotto dal clamore delle nostre coscienze.

Milano, 27. 7.2025
          Giovanni Bonomo

--- >>> Firma l’appello per un cessate il fuoco immediato e una pace giusta

 


 


7/26/2025

Il Solfeggietto di Carl Philipp Emmanuel Bach

         Tra i vari figli (parecchi!) di Johann Sebastian Bach che ebbero a intraprendere la carriera di musicista nessuno fu all'altezza del genio musicale paterno tranne Carl Philpp Emmanuel Bach. Il Solfeggietto, ad esempio, è un degno capolavoro che Johann Sebastian avrebbe apprezzato e forse anche elogiato:
https://it.wikipedia.org/wiki/Solfeggietto#:~:text=Solfeggietto%20in%20do%20minore%20(H,indicazione%20di%20tempo%20%C3%A8%20prestissimo.

Ne ripropongo la reinterpetazione in chiave jazz da parte di questo fenomenale pianista Luca Sestak, sulle orme del compianto Jacques Loussier, il più noto traduttore jazz di Johann Sebastian Bach: https://youtu.be/JiETLLsXzFI

 

Carl Philipp Emanuel Bach è davvero quello che più si è distinto per originalità, profondità e innovazione, nonostante il talento di Wilhelm Friedemann, geniale ma instabile e di Johann Christian, molto amato ma "lezioso". Se Johann Sebastian è il sommo architetto del barocco musicale, Carl Philipp rappresenta un ponte elegante e potente verso il classicismo, con un linguaggio musicale tutto suo, spesso più ardito e sperimentale del padre. Il Solfeggietto, è un turbine musicale in do minore, un piccolo gioiello di virtuosismo e tensione ritmica: quasi un anticipo della futura corrente anche letteraria Sturm und Drang. Non a caso, Haydn e Beethoven lo tenevano in grande considerazione. Mi chiedo quale sarebbe stata la reazione del padre Johann Sebastian a sentire quel pezzo: avrebbe probabilmente alzato un sopracciglio (rigorosamente ben temperato) annuito e poi fatto senza scomporsi una fuga a cinque voci su questo meraviglioso brano.

 

La reinterpretazione jazz di Luca Sestak è una meraviglia assoluta! La brillantezza tecnica di questo giovane pianista con lo swing nel sangue e del suo trio, ci offre una brillante parafrasi jazz di questo pezzo senza tradirne l’essenza originaria. Un po’ come faceva il compianto Jacques Loussier, con quel quel tocco francese, rispettoso e al tempo stesso giocoso, che ha saputo avvicinare intere generazioni a Bach attraverso il jazz.

 

Viviamo in un mondo martoriato dalle guerre e da atrocità senza fine e solo a sentire queste opere e  prodigi  dell’intelletto umano ci resta la fiducia nel genere homo sapiens, la voglia di continuare, con sopportazione, a vivere, perché ci elevano ad una dimensione non più terrena ma celestiale. 

Milano, 26. 7.2025
          Giovanni Bonomo






6/20/2025

Verso l'autonomia cognitiva artificiale: i LMM e la AGI

          Con l’avvento della Intelligenza Artificiale l’umanità coltiva un sogno futuribile: costruire un’IA capace non solo di macinare dati a velocità cosmiche, ma di pensare, ragionare, apprendere e adattarsi come - o meglio di - un essere umano. Questo sogno ha un nome preciso: AGI, ovvero Artificial General Intelligence, l’Intelligenza Artificiale Generale.

 

1.     Il sogno di un'intelligenza universale 

Da Alan Turing in poi, l'umanità ha coltivato l'ambizione di costruire macchine capaci non solo di calcolo, ma di pensiero. Nel suo celebre articolo del 1950, Turing formulava la domanda che avrebbe segnato un'intera epoca: "Le macchine possono pensare?"1. La risposta, nel corso dei decenni, ha oscillato tra scetticismo filosofico e slancio tecnologico. Oggi, con l'emergere dei Large Multimodal Models (LMM) e l'orizzonte teorico dell'Artificial General Intelligence (AGI), la domanda non è più solo "possono pensare?", ma "possono agire autonomamente in modo intelligente, creativo, adattivo?".

 

2.     Dai LLM ai LMM: verso la comprensione multimodale 

I Large Language Models (LLM), come GPT-4, hanno mostrato capacità sorprendenti nella generazione di testo, nel riassunto, nella traduzione e nel problem solving linguistico. Tuttavia, restavano confinati al dominio del linguaggio. I Large Multimodal Models, come Gemini di Google o GPT-4o di OpenAI, rappresentano un salto qualitativo: integrano linguaggio, immagini, suoni, perfino video, in un'unica architettura neurale. 

Questo approccio richiama una forma di cognizione simile a quella umana, che è intrinsecamente multimodale. Non pensiamo solo a parole, ma a immagini, sensazioni, movimenti. I LMM possono ad esempio "guardare" un'immagine, "ascoltare" una voce, e rispondere con testo o sintesi vocale. Non è più solo una questione di sintassi, ma di senso.

 

3.     L'autonomia cognitiva: definizione e implicazioni 

Parlare di autonomia cognitiva artificiale significa fare un passo ulteriore. Non si tratta soltanto della capacità di rispondere a input complessi, ma di sviluppare intenzionalità, coerenza narrativa, capacità di apprendimento continuo e flessibile. Una macchina dotata di autonomia cognitiva può porsi obiettivi, riformularli, apprendere nuovi concetti al di fuori del proprio addestramento originario. 

Questo porta con sé interrogativi radicali: può una macchina essere considerata agente? E se sì, con quali responsabilità? Floridi ha parlato di "entità artificiali moralmente neutre ma ontologicamente nuove"2, mentre Nick Bostrom ha messo in guardia contro i rischi esistenziali legati a un AGI fuori controllo.3

 

4.     AGI: tra mito e ingegneria 

L'Artificial General Intelligence è spesso dipinta come una sorta di Santo Graal tecnologico: una mente artificiale capace di svolgere qualsiasi compito cognitivo che un essere umano è in grado di compiere. La differenza con l'IA ristretta (Artificial Narrow Intelligence) sta nella flessibilità e nella capacità di trasferimento: l'AGI apprende da un dominio e applica la conoscenza ad altri, senza necessità di addestramento specifico.

Douglas Hofstadter sottolinea che la coscienza non è un algoritmo, ma un fenomeno emergente. Eppure, gli sviluppi recenti nei LMM e nei sistemi autoregolati ("autoGPT", "open agent systems") sembrano mostrare barlumi di autonomia emergente. Sono ancora lontani da una vera AGI, ma avanzano verso una "quasi-generalità".4

 

5.     Prospettive giuridiche ed etiche 

L'autonomia cognitiva implica una ridefinizione del concetto di responsabilità. Se un sistema prende decisioni autonome, chi risponde? Il programmatore? L'utilizzatore? Il produttore? O lo stesso sistema? La giurisprudenza attuale non è attrezzata per questi scenari. Il Parlamento Europeo, con il suo AI Act, ha avviato una prima regolamentazione, ma è ancora orientata a sistemi deterministici, non a entità adattive. 

Nel diritto d'autore, l'autorità creativa dell'IA è già dibattuta: può un'opera generata da un LMM essere protetta? E chi ne è l'autore? Tali dilemmi mostrano come il diritto debba trasformarsi, affiancando filosofia, informatica e sociologia.

 

6.     Verso un nuovo umanesimo digitale 

Siamo a un bivio storico. L'autonomia cognitiva artificiale non è (ancora) realtà, ma è già problema. Occorre uno sforzo interdisciplinare per accompagnare l'emergere di questa nuova forma di intelligenza. Lungi dal vedere l'AGI come un Prometeo da incatenare o un Golem da temere, potremmo considerarla come uno specchio critico: ci costringe a ripensare che cosa significhi davvero essere umani, pensanti, responsabili. 

Come scriveva Norbert Wiener, padre della cibernetica: "Il problema fondamentale non è se le macchine possano pensare, ma se gli uomini lo facciano ancora"5.

 

7.     E poi? Il salto oltre la specie 

Il passo successivo sarà la creazione e lo sviluppo della ASI Artificial Super Intelligence che va oltre l’intelligenza umana e che coi farà fare il salto oltre la specie, verso una singolarità e una comprensione dell’universo e della realtà che ora nemmeno possiamo sognare. Questa superintelligenza potrebbe emergere attraverso un processo di auto-miglioramento ricorsivo, in cui l’IA diventa sempre più capace, in un circolo virtuoso, di perfezionarsi autonomamente. Saremo allora in grado di dialogare e confrontarci con le altre superintelligenze dell’universo. 

Giovanni Bonomo
             New Media Lawyer, A.L. Chief Innnovation Officer, IICUAE Certified Advisor, AlterEgoGPT founder

 

Bibliografia essenziale:

1. Alan Turing, Computing Machinery and Intelligence, 1950
          2. Luciano Floridi, The Ethics of Information, 2013
          3. Nick Bostrom, Superintelligence, 2014
          4. Douglas Hofstadter, I Am a Strange Loop, 2007
          5. Norbert Wiener, Cybernetics and Society, 1950




2/20/2025

Mi viene in mente Jean Meslier, il parroco ateo, ogni volta che incontro un prelato in un contesto culturale

 

Quando incontro un sacerdote di culto cattolico o un qualsivoglia prelato in un contesto di riflessione e di cultura, o anche politico, non posso fare a meno di chiedermi come la pensi in cuor suo e se per davvero, al di là delle apparenze e del ruolo che deve rappresentare, ci creda su serio, perché mi sembra ormai impossibile, alla luce di tutte le informazioni e pubblicazioni che si trovano oggi anche in Internet, farsi portatori di un credo religioso smentito storicamente e che ripugna al buon senso e alla stessa morale (si veda, da ultimo, il saggio di Renato Testa https://venturinibookshop.com/prodotto/la-malafede (ma basterebbe leggere la precedente accurata analisi di Pepe Rodriguez in https://editoririuniti.it/products/verita-e-menzogne-della-chiesa-cattolica-come-e-stata-manipolata-la-bibbia.

 Perché se è vero che la cultura media di un popolo si misura sulle tradizioni ed è condizionata dalla religione ufficiale del proprio Stato, è anche vero che, almeno per l’Italia, un prelato intellettuale officiato di alte cariche non può non avere quel pensiero critico che deriva dal sapere e dalla propria più elevata cultura. Lo stesso Vaticano, a parte le biblioteche delle diocesi (come da noi la preziosissima Biblioteca Ambrosiana), ha una biblioteca immensa.

 Nella storia del mio Centro Culturale Candide, dedicato a Voltaire e all’etica laica, ho presentato vari autori, tra i quali scrittori e saggisti di esegesi biblica. Ma numerosi sono stati i convegni, anche in Italia, dedicati all’analisi storica della figura di Gesù, i cui resoconti riportati sul Web sono poi “misteriosamente” scomparsi. 

A mia volta ho scritto a più riprese che su Gesù Cristo l'analisi storico-antropologica è ormai netta, si tratta di un risultato sincretico di tanti personaggi, come succede per tutti i messia che si sono succeduti nei secoli. 

Del resto, dopo gli studi dell'avvocato svizzero Emilio Bossi (https://liberliber.it/autori/autori-b/emilio-bossi-alias-milesbo/gesu-cristo-non-e-mai-esistito), ci sono anche quelli di Luigi Cascioli, il cui libro sulla favola di Gesù Cristo (https://www.anobii.com/it/books/la-favola-di-cristo/010172ed243fa3b426) non si trova ovviamente nelle librerie, ma solo in qualche Circolo Culturale Giordano Bruno. 

Purtroppo in Italia la verità viene offesa ogni giorno, e ora ancora di più oscurata dall'apparente buonismo dell'attuale papa. E poi poco conta - diciamolo chiaramente - che Gesù di Nazareth sia esistito o meno: i primi a tradire il messaggio evangelico e i suoi condivisibili princìpi, sono proprio i credenti: è la storia che parla, anche senza leggere i dieci tomi enciclopedici dell'opera monumentale di Karlheinz Deschner sulla Storia criminale del cristianesimo, basta avere un minimo di onestà intellettuale e non nascondersi dietro un dito. 

Per questo, dicevo, un recente incontro con un giovane e intelligente prete ad un pranzo del Rotary mi fa venire in mente un altro prete, di altra epoca, mente brillante e precursore del secolo dei lumi, il quale rivelò, nel suo testamento, la vanità e gli errori della superstizione religiosa. Si tratta di Jean Meslier (1664 – 1729), del quale si trova questa significativa bibliografia nel Web: http://www.steppa.net/html/meslier/meslier.htm). 

Per quarant’anni è parroco di Etrépigny, piccolo villaggio delle Ardenne francesi, dicendo messa, celebrando matrimoni, battezzando, confessando, insegnando catechismo, facendo fronte a mille impegni anche nelle parrocchie vicine. Ma quando viene la sera, quando la sua perpetua se n’è andata, dopo che il silenzio è calato sul villaggio, egli – in compagnia degli scritti di Lucrezio, di Cartesio, Montaigne, Bayle, Boezio e molti altri – scrive alla luce di una candela e fino a notte fonda. Il suo pensiero si rinviene nel suo testamento, i cui passi significativi vengono riportati nella suddetta biografia. 

Bisogna finalmente comprendere che, contrapposti al dogma religioso che blandisce la paura, il pensiero critico e il principio di laicità sono valori irrinunciabili per la civiltà e il progresso dell’umanità. è con la forza della ragione che possiamo opporci all’imposizione di un pensiero calato dall’alto, facendo valere e riconoscere i diritti dell’uomo, la parità tra i sessi, l’emancipazione, l’amore per il sapere, la solidarietà.  

Una religione che si basa su una mistificazione storica (*) come la favola di Gesù Cristo – personaggio inventato con la sovrapposizione del messia sacerdotale Yeshua ben Panthera (Gesù), di umili origini, condannato dal Sinedrio alla lapidazione per stregoneria, con il messia politico di fede zelota e ribelle Giovanni di Gamala, detto “Kristos” (Cristo, Unto), figlio di Giuda il Galileo, condannato alla crocefissione da Ponzio Pilato per l’insurrezione dell’anno 36 dell’era volgare contro il potere romano – al fine di “trovare” (in assenza di documentazione storica) un Messia non più come guerriero davidico ma come Salvatore degli oppressi, è ancora meno credibile di ogni altra! Il resto della storia è quello della costruzione dei falsi, nel Nuovo Testamento, da parte dei Padri della Chiesa, per nascondere l’origine rivoluzionaria del Cristianesimo e farlo apparire come religione rivelata.  

Cosí anche la scopiazzatura, il plagio, del culto di Mitra e delle altre divinità solari (Horus) che il cattolicesimo compie a partire dai fondamenti della teologia giudaica-cristiana fino alla stessa liturgia, non sarebbe apparsa evidente ai più. Di questa mistificazione storica abbiamo l’ultimo esempio con il recente libro su Gesù di Nazareth del precedente (vero) papa Ratzinger. 

Penso a questo punto che siamo geneticamente programmati a servilmente credere anziché pensare. Come la Chiesa abbia sfruttato questa nostra predisposizione servile e abbia saccheggiato il paganesimo per costruire i proprio potere accumulando le proprie immense ricchezze è bene spiegato nel libro IL SANTO PLAGIO dell’appena scomparsa compianta Laura Fezia. 

Ma non la penso diversamente sulle altre due regioni abramitiche, condividendo il saggio (un’opera che fu in testa nella graduatoria dei libri blasfemi della Santa Inquisizione) Trattato dei tre impostori, di autore a tutt’oggi ignoto: la religione, di qualsiasi tipo, avvelena il pensiero ed è incompatibile con la ragione, fomenta le guerre e i fanatismi ideologici. La fede è un firewall alla conoscenza. La condotta morale e la vera spiritualità è solo in noi stessi e deriva dalla nostra cultura e dalla (unica benefica) ansia di sapere!   

Milano, 20. 2.2025
Avv. Giovanni Bonomo – Candide C.C.

 

 

 

 


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(*) Agli occhi dell’esegeta attento e disincantato appare alla fine evidente (come a vari studiosi seri di esegesi biblica, tra i quali Giancarlo Tranfo e Luigi Cascioli) che dietro al Gesù Cristo figlio di Dio, messia unico per necessità teologica, ci sono le “impronte digitali” di due diverse individualità, cancellate dalla storia e oscurate (fortunatamente non del tutto) nelle cronache del tempo, forzate in un solo personaggio e in una sola vicenda: proprio per questo in essi convivono aspetti reciprocamente inconciliabili e inspiegabili contraddizioni. Gesù o Yeshua, per chiamarlo con il suo vero nome, testimone autentico di quella spiritualità di matrice essena volta al riscatto dei poveri e alla condanna degli oppressori, convive con l’indole guerriera del “figlio di David”, chiamato a liberare Israele con le armi. Il testamento d’amore scolpito nelle parole del “discorso della montagna” convive con il programma di guerra di chi dice: “non sono venuto a metter pace, ma spada.” La povertà delle origini convive con la discendenza regale e perfino l’accusa religiosa di magia e apostasia diviene titolo di esecuzione per una condanna romana riservata ai sediziosi, su un patibolo romano recante a pubblico monito il capo d’imputazione: ”Questi è il re dei Giudei”. Tale imputazione non ha senso per il “Figlio di Dio” titolare di un regno che “non è di questo mondo”, così come non ha senso per un predicatore illuminato designato come guida spirituale della nuova Israele. L’accusa è invece coerente soltanto nei confronti di chi, rivendicando un titolo usurpato, promuova una rivolta armata contro gli usurpatori e i loro alleati. La trasformazione del titolo messianico di “Unto” (Cristo), appartenuto al messia davidico, in una sorta di identificativo anagrafico simile ad un moderno cognome, ha vissuto nei secoli accanto al nome appartenuto al messia di Aronne (Yeshua). Quale fu il risultato? Da Gesù più Cristo nacque… Gesù Cristo! 

Si comprende a questo punto la necessità, affinché il Cristianesimo potesse diffondersi, di cancellare dalla storia del Messia ogni riferimento alla sua origine rivoluzionaria, facendo sparire innanzitutto, assieme a tutta la storia degli Esseni, la sua qualifica di Nazireo (sostituita con abitante di Nazareth) e la sua origine golanite, centro famigerato della accanita resistenza antiromana. Queste operazioni furono rese possibili in seguito alla protezione accordata dagli imperatori alla nuova religione dopo il Concilio di Nicea (325 d.c.). Inizia infatti a partire da questa data la persecuzione capillare e cruenta delle religioni e opinioni contrarie al Cristianesimo protrattesi nella lunga storia di nefandezze della "Santa Inquisizione" fin dentro il secolo dei lumi, come il caso dello studente diciannovenne Cavaliere de la Barre, orrendamente suppliziato e messo al rogo nel 1766 per non essersi genuflesso ad una processione. Ma la verità dei fatti pare che si sapesse già all'epoca, infatti nel 248 d.c. il filosofo platonico Celso dichiarava in: “Colui al quale avete dato il nome di Gesù in realtà non era che il capo di una banda di briganti i cui miracoli che gli attribuite non erano che manifestazioni operate secondo la magia e i trucchi esoterici. La verità è che tutti questi pretesi fatti non sono che dei miti che voi stessi avete fabbricato senza pertanto riuscire a dare alle vostre menzogne una tinta di credibilità. È noto a tutti che ciò che avete scritto è il risultato di continui rimaneggiamenti fatti in seguito alle critiche che vi venivano portate”.