9/30/2026

Quando non è la politica a irrompere nella vita, ma la vita a irrompere nella politica. Il ritorno di Alessandro Di Battista

 

Il ritorno di Alessandro Di Battista in televisione, dopo l’intervento per un tumore al cervello, ha mostrato qualcosa che va oltre la politica: la fragilità, il coraggio e la necessità di riprendersi, giorno dopo giorno, i propri spazi di libertà. Un racconto umano intenso, tra malattia, informazione, Cuba, guerra, pace e futuro politico. 

 Ci sono momenti nei quali la politica, con tutto il suo rumore, le sue polemiche e le sue piccole miserie quotidiane, improvvisamente tace... perché irrompe la vita, quella vera e piena. 

Rivedere Alessandro Di Battista a DiMartedì è stato, per me, rasserenante ma anche doloroso. Rasserenante perché era lì, doloroso perché i segni di ciò che ha attraversato erano visibili: il volto cambiato, la voce più bassa, un’espressione inevitabilmente diversa da quella energica alla quale eravamo abituati. 

Ma dietro quella fragilità fisica era rimasto intatto qualcosa di molto più difficile da operare: il carattere. Di Battista ha raccontato che il malore avuto a Cuba era stato provocato da un edema cerebrale dovuto alla presenza di un tumore. I medici cubani, secondo il suo racconto, sono riusciti prima a ridurre l’edema e poi a intervenire chirurgicamente, asportando quasi interamente il tumore. Ora dovrà affrontare le successive terapie. 

E ha pronunciato una frase che, forse più di tutte, restituisce il senso di ciò che sta vivendo: «Ogni giorno mi riprendo degli spazi di libertà». 

Non ha promesso miracoli, non ha recitato la parte dell’eroe invincibile, ha respinto anzi, esplicitamente, quella retorica del “guerriero” che spesso imponiamo persino ai malati, quasi che guarire fosse una prova di carattere e ammalarsi una colpa. 

Il suo pensiero è stato molto più concreto: lui deve curarsi e mantenere un atteggiamento positivo; quelli che «non devono mollare», ha detto, sono i medici. Una frase asciutta. E, proprio per questo, difficile da dimenticare. 

Così, già prima toccato dalla umana vicenda ho deciso, terminato l’intervento televisivo, di scrivere alcune considerazioni.

 Quando la malattia diventa clickbait

 La prima riguarda il giornalismo.

 Di Battista ha raccontato di avere letto dal letto d’ospedale ricostruzioni che lo davano in coma — coma nel quale, ha precisato con amara ironia, non era mai entrato — bollettini sanitari inventati e persino notizie che lo indicavano più volte come morto. 

Contemporaneamente circolava la polemica sul presunto “volo di Stato” per riportarlo in Italia. Anche su questo ha chiarito che il rientro è avvenuto mediante un volo sanitario coperto dalla propria assicurazione e che l’ipotesi di un volo di Stato, secondo quanto da lui riferito, non era mai stata presa in considerazione.

C’è qualcosa di profondamente disturbante quando la velocità dell’informazione diventa più importante della verità dell’informazione: una persona combatte con una diagnosi drammatica e, intorno, qualcuno combatte per arrivare prima con un titolo. 

Non è soltanto un problema di buon gusto, è un problema di giornalismo, di etica dell’informazione.

 Cuba: la medicina dove manca perfino l’acqua

Poi c’è Cuba.

Di Battista ha raccontato di essere stato sottoposto a quella che ha definito un’operazione «raffinatissima» in un ospedale nel quale mancava persino l’acqua e dove le difficoltà materiali arrivavano, secondo quanto riferitogli dal medico, anche alla possibilità di sterilizzare in assenza di corrente elettrica.

 È stato Di Battista stesso a collegare questa condizione anche all’embargo statunitense. Sul piano fattuale, le restrizioni economiche e commerciali statunitensi nei confronti di Cuba esistono da decenni e sono tuttora in larga parte incorporate nella legislazione americana; altra questione, naturalmente, è stabilire quanto ciascuna specifica carenza del sistema cubano dipenda dalle sanzioni e quanto già da fattori economici e politici interni.

 Ma resta un'immagine difficile da rimuovere: un neurochirurgo che compie un intervento delicatissimo mentre intorno mancano beni che in Europa considereremmo il minimo sindacale della chirurgia moderna.

La domanda politica sul “campo largo”

Di Battista non ha rinunciato, neppure in un momento come questo, a porre una questione politica precisa. Ha osservato che, se su un tema per lui dirimente come la guerra in Ucraina la posizione del Partito Democratico viene percepita come sostanzialmente coincidente con quella del governo Meloni, resta aperto un problema di rappresentanza per quella parte dell’elettorato (non solo di sinistra) che considera pace, riarmo e politica estera questioni decisive. 

La domanda esiste ed è politicamente rilevante: dove trova rappresentanza l’elettore che non riconosce in quella linea la propria idea di politica estera? È un interrogativo che precede le formule elettorali.

Poi la vita cambia il programma

È arrivata infine la domanda che molti aspettavano.

Giovanni Floris gli ha chiesto se intendesse candidarsi. La risposta è stata forse il passaggio più doloroso dell’intervista.

 Di Battista ha spiegato che con il suo movimento Schierarsi erano stati compiuti passi che avrebbero consentito almeno di valutare una partecipazione elettorale. Poi, però, ha aggiunto una frase tanto semplice quanto definitiva nel suo significato umano: la vita è imponderabile.

Adesso la priorità sono le cure. Dovrà iniziare presto le terapie e Schierarsi, ha spiegato, continuerà a crescere in vista delle future tornate elettorali. Non ha quindi annunciato in termini assoluti la fine del progetto politico; ha invece chiarito che, in questa fase, la propria candidatura passa inevitabilmente in secondo piano.

 Ed è forse questo il punto nel quale ogni commento politico diventa piccolo: facciamo programmi, costruiamo progetti, immaginiamo battaglie future... poi arriva la vita, bussa alla porta senza appuntamento e cambia l’ordine del giorno.

 Floris, il controcampo poteva aspettare

 Una nota, infine, televisiva.

 Giovanni Floris ha dato in questi anni a Di Battista ampio spazio per esprimersi, anche quando le sue posizioni erano controcorrente. Ma una domanda me la permetto.

 Era davvero necessario, proprio mentre Di Battista raccontava una vicenda personale di tale gravità, insistere più volte sul controcampo politico, mostrando Matteo Renzi in attesa del successivo intervento?

 Capisco le esigenze televisive, capisco la scaletta, capisco persino quella grammatica permanente dello scontro che ormai accompagna i talk show come la musica nei supermercati. Ma esistono momenti nei quali persino la televisione potrebbe concedersi il lusso rivoluzionario del silenzio.

 Non tutto deve diventare duello, non tutto ha bisogno di un antagonista nell’inquadratura. A volte basta un uomo che parla.

Ogni giorno, uno spazio di libertà

È questa, alla fine, l’immagine che mi resta.

Non il politico, non l’ex parlamentare, on il possibile candidato. Ma un uomo che compare davanti a una telecamera dopo un intervento al cervello e dice, senza enfasi:

"Ogni giorno mi riprendo degli spazi di libertà".

Non sappiamo quale sarà il percorso delle cure e sarebbe irresponsabile trasformare una diagnosi medica in una previsione, sappiamo ciò che lui stesso ha raccontato: che sta progressivamente recuperando normalità, che dovrà affrontare nuove terapie e che, almeno per ora, la politica attiva deve cedere il passo alla salute.

 Sul piano politico resta invece aperta una questione: per una parte dell’elettorato contrario al riarmo e critico verso l’attuale linea sull’Ucraina, la ricerca di una rappresentanza continua. Le parole di Di Battista sul “campo largo” rendono evidente che il problema non può essere risolto soltanto invocando la logica del “meno peggio”: richiede un confronto sui contenuti, prima ancora che sulle alleanze.

 Ma oggi questo viene dopo. Prima viene Alessandro Di Battista, con il suo percorso di cura e con quella libertà che, giorno dopo giorno, dice di volersi riprendere.

 A chi crede resta la preghiera, per lui e per l’auspicata pace nel mondo, a chi non crede, come lo scrivente, resta qualcosa di altrettanto umano: la vicinanza intellettuale e morale.

 Milano, 30. 9.2026
          avv. Giovanni Bonomo – Candide C.C.



 

 

9/25/2026

La moneta può disarmare il potere? Da Bitcoin a CandideCoin, leggendo L’AntiCripto

 

Una criptovaluta può aprire spazi di libertà a chi subisce censura e repressione finanziaria. Può anche alimentare speculazione, frodi e nuove concentrazioni di ricchezza. Il libro di Francesco Giordano ci obbliga a tenere insieme queste due possibilità e a chiederci quale uso della tecnologia vogliamo sostenere.

Nel giugno del 2022 scrivevo che Bitcoin poteva diventare uno strumento di democrazia, persino una valuta di unificazione e di pace. Lo scrivevo dopo l’Oslo Freedom Forum, dove la Human Rights Foundation aveva dedicato un percorso alla libertà finanziaria e una formazione pratica sull’uso di Bitcoin agli attivisti esposti a conti congelati, controlli sui capitali e svalutazione delle monete nazionali. In quel contesto, poter ricevere una donazione o conservare risparmi fuori dalla portata immediata di un governo autoritario aveva un significato assai più concreto dell’ennesima previsione sul prezzo del giorno dopo

A quattro anni di distanza, L’AntiCripto. Finanza del futuro, utopia libertaria o truffa del secolo?, di Francesco Giordano, presentato il 22 settembre 2026 alla Casa della Cultura di Milano, mi invita a tornare su quelle parole. Il titolo pone tre ipotesi; il pregio del libro, almeno nella sua presentazione pubblica e nel testo con cui l’autore ne illustra l’impianto, è prendere sul serio la domanda che le attraversa: chi guadagna davvero dalla libertà promessa dalle criptovalute?

Giordano, saggista e dirigente bancario, parte dal sogno di una moneta digitale senza banche né Stati e ne segue la trasformazione in un circuito finanziario globale capace di attirare grandi capitali. Guarda alla volatilità, alle fortune improvvise e ai crolli; soprattutto, teme che la fuga dalle regole diventi una via d’uscita dalle responsabilità fiscali e civili. È una critica che merita ascolto. Se il vantaggio della decentralizzazione finisse soprattutto nelle mani di chi dispone già di patrimoni, consulenti e vie di fuga, avremmo trasferito il potere senza distribuirlo.

Eppure la vicenda raccontata a Oslo continua a porre una domanda scomoda anche ai critici delle cripto. Che cosa diciamo alla persona cui viene bloccato un conto per le sue idee? A chi non può ricevere sostegno oltre frontiera? La possibilità di sottrarsi a un controllo finanziario può servire a occultare un illecito; può servire anche a mantenere in vita una voce dissidente. La differenza non è piccola, e il diritto non può permettersi di ignorarla. La stessa Human Rights Foundation incluse tra i temi del Forum del 2022 la compatibilità fra Bitcoin e democrazia: un interrogativo, prima ancora che una risposta.

Qui la lettura di Giordano incontra, e mette alla prova, la mia posizione di allora. Avevo visto nella matrice libertaria di Bitcoin una possibilità di emancipazione. La riconosco ancora. Oggi formulerei però con maggiore cautela l’auspicio di una valuta mondiale di pace: una rete monetaria aperta può aiutare persone e associazioni, ma il suo codice non contiene alcun impegno contro la guerra. Può circolare tanto una donazione per i diritti umani quanto denaro destinato a scopi opposti: non basta chiamare una tecnologia “libera” perché i suoi effetti siano giusti.

È da questa esigenza di dare una direzione civile alla libertà tecnologica che nasce CandideCoin, emanazione del Centro Culturale Candide. Ne ho immaginato la matrice libertaria in continuità con quella di Bitcoin, affidandole però una finalità dichiarata: promuovere il disarmo e una cultura di pace. CandideCoin è stato presentato come la prima criptovaluta pacifista e disarmista al mondo. Questa è la sua ambizione e la sua identità pubblica; a renderla credibile nel tempo saranno gli usi concreti, la trasparenza e la capacità di tradurre l’idea in iniziative verificabili. Una buona intenzione iscritta nel nome di una moneta è un inizio, non ancora un risultato (https://assodigitale.it/la-trasparenza-degli-algoritmi-perche-ci-riguarda-tutti-intervista-allavv-giovanni-bonomo/) Per questo considero L’AntiCripto una lettura utile anche per chi, come me, non intende rinunciare all’orizzonte libertario delle criptovalute. Giordano ci costringe a guardare ciò che l’entusiasmo tende a lasciare sullo sfondo: la concentrazione della ricchezza, il richiamo del guadagno facile, il rischio che strumenti nati per ridurre le intermediazioni generino nuovi intermediari altrettanto potenti e assai meno responsabili. Il suo sguardo critico è più convincente quando ci chiede di seguire il denaro e i suoi beneficiari; lascia invece aperta, per chi voglia discuterla, la questione di come proteggere gli usi civili della finanza aperta senza consegnarli agli abusi.

Tra l’utopia libertaria e la truffa evocata da Giordano, CandideCoin sceglie di porre una domanda più radicale: a che cosa deve servire la libertà conquistata con una nuova moneta? Se serve soltanto ad accumulare ricchezza o a sottrarsi alle proprie responsabilità, avremo cambiato gli strumenti, lasciando intatto il mondo che li governa. CandideCoin nasce dal Centro Culturale Candide per dare alla libertà finanziaria una direzione dichiarata: il disarmo, il rifiuto della guerra, la costruzione di una cultura della pace. Un progetto che dovrà misurarsi con la trasparenza dei suoi atti, oltre che con la forza delle sue idee.

Oggi, dopo la lettura di Giordano, penso che quella possibilità dipenda anche dal fine per cui scegliamo di usare la tecnologia. La rivoluzione di civiltà che immagino non è una moneta capace di salire alle stelle, ma un’umanità capace di rinunciare alle armi. Se CandideCoin contribuirà a trasformare la libertà di scambiare in libertà dalla paura della guerra, avrà dato alla parola valore un significato che nessun mercato può quotare.

avv. Giovanni Bonomo – Candide C.C.

Riferimenti: il mio articolo del 9 giugno 2022, la presentazione del libro e del suo impianto sul sito dell’autore e la registrazione dell’incontro alla Casa della Cultura. La registrazione non era consultabile direttamente per questa stesura; non attribuisco quindi ai relatori interventi o parole pronunciati durante l’incontro.