10/14/2026

L’intelligenza artificiale e i confini del sapere: da Victor Hugo alla rivoluzione REA

 

Nel 1832 Victor Hugo fece pronunciare all'arcidiacono Frollo una profezia destinata a durare: "Ceci tuera cela", questo (il libro) ucciderà quello (l'edificio). La stampa avrebbe sottratto alla cattedrale di pietra il monopolio del sapere, consegnandolo a chiunque sapesse leggere. Quasi due secoli dopo, un progetto Open Source nato in sordina, REA Reverse Engineer Anything, ha raccolto in pochi giorni più di centomila stelle su GitHub promettendo di far smontare a un agente di intelligenza artificiale qualsiasi programma, fino al codice sorgente. L'articolo legge il fenomeno con la lente di Hugo: ogni tecnologia che abbatte un recinto del sapere è insieme liberazione e minaccia. Con questo articolo intendo distinguere i fatti dalle ipotesi e dalle interpretazioni, ridimensionare il clamore mediatico, richiamare il quadro giuridico europeo e italiano sulla decompilazione (art. 64-quater della legge sul diritto d'autore e sentenza Top System della Corte di giustizia) e proporre una tesi: il sapere tecnico che diventa accessibile a tutti non va temuto né idolatrato, ma governato con regole chiare e con un'etica della responsabilità. 

Ceci tuera cela: la cattedrale, il libro e il recinto del sapere

 C'è un capitolo di Notre-Dame de Paris che molti lettori saltano, impazienti di tornare a Quasimodo ed Esmeralda. È un errore, perché lì dentro c'è forse la pagina più moderna che Victor Hugo abbia mai scritto, il capitolo si intitola "Ceci tuera cela" e ha una storia curiosa: nella prima edizione del 1831 mancava, perché la cartella che lo conteneva era andata smarrita, e fu pubblicato soltanto nell'edizione definitiva del dicembre 1832.

 La scena è semplice: l'arcidiacono Claude Frollo tende una mano verso un libro stampato, l'altra verso la sua cattedrale, e pronuncia la sentenza “questo ucciderà quello”. Hugo spiega subito che non si tratta solo del timore di un prete davanti alla diffusione delle idee. Per secoli l'architettura era stata il grande libro dell'umanità: le facciate, i portali, le vetrate raccontavano la Bibbia e la storia a chi non sapeva leggere, e quel racconto era custodito da chi edificava e da chi officiava. Con Gutenberg il pensiero diventa leggero, moltiplicabile, impossibile da sequestrare, il sapere esce dal recinto.

 Hugo non era un nostalgico, sapeva che la stampa aveva reso il pensiero umano "indistruttibile" proprio perché disperso in mille copie, e salutò quella dispersione come una conquista di libertà. Ma sapeva anche che ogni conquista ha i suoi sconfitti, e non tutti sono tiranni: c'erano gli scalpellini, i maestri vetrai, le corporazioni che vivevano di un sapere tramandato e protetto. Sarebbe stato lo stesso Hugo, con il suo romanzo, a salvare la cattedrale dall'incuria, accendendo l'opinione pubblica che portò ai restauri di Lassus e Viollet-le-Duc. Il libro, alla fine, non uccise l'edificio: lo cambiò di funzione e, paradossalmente, lo preservò.

 Tengo a mente questa lezione perché oggi la stessa scena si ripete con altri attori. Al posto della cattedrale c'è il software chiuso, il cui codice sorgente è custodito come un tempo i segreti dei costruttori; al posto del libro c'è un agente di intelligenza artificiale capace di leggere il codice macchina e di raccontarci che cosa fa, e al posto di Frollo ci siamo noi, con una mano su ciò che temiamo e l'altra su ciò che amiamo.

 REA: un programma che insegna a smontare i programmi

 REA, acronimo di Reverse Engineer Anything, è un software libero, rilasciato con licenza MIT, che fa da ponte tra gli agenti di intelligenza artificiale che scrivono codice e gli strumenti professionali di reverse engineering. In parole semplici: invece di passare giorni davanti a un disassemblatore, si chiede all'agente come funziona una certa funzione di un'applicazione, e l'agente interroga per noi gli strumenti di analisi, restituendo conclusioni corredate dalle prove raccolte.

 Il raggio d'azione è ampio: REA lavora su siti web, applicazioni JavaScript ed Electron, componenti .NET, registrazioni del traffico di rete, app Android e, soprattutto, binari nativi, cioè il codice macchina dei programmi compilati. Per questi ultimi si appoggia a strumenti che i professionisti della sicurezza conoscono da anni: Ghidra, rilasciato pubblicamente dalla NSA nel 2019, Hopper e IDA. L'analisi avviene sul computer dell'utente, non su un servizio remoto.

 La storia del suo successo merita attenzione, perché dice molto sul modo in cui oggi si forma la notorietà. Il progetto nasce nell'aprile 2026 per opera di un unico sviluppatore che si firma morluto. A luglio viene presentato su Hacker News e raccoglie appena tre punti: indifferenza totale. Poi, dal 4 ottobre, entra nella classifica dei progetti di tendenza su GitHub e da lì cresce in modo esponenziale. Il 10 ottobre, quattro giorni fa, arriva in prima pagina su Hacker News, e i download giornalieri del pacchetto aumentano di oltre quaranta volte in una settimana e le "stelle" su GitHub, la moneta della reputazione tra programmatori, superano le centomila in pochi giorni.

 A far esplodere il caso sono state le dimostrazioni: agenti che correggono programmi altrui o ne ricostruiscono intere funzionalità partendo dal solo codice compilato. Lo slogan del progetto è di quelli che restano in testa: vedi una funzione che ti piace in un'App, capisci come funziona fino al livello binario, e rifalla nel tuo prodotto.

 Fatti, ipotesi, interpretazioni: separare la notizia dal clamore

 Davanti a ogni "rivoluzione" annunciata conviene fare ciò che il buon giornalismo dovrebbe sempre fare: distinguere i fatti dalle ipotesi, le ipotesi dalle interpretazioni, e tutte e tre dalla “metafisica del marketing”.

 I fatti. REA esiste, è gratuito, è aperto e funziona. La crescita di popolarità è reale, anche se i numeri esatti variano da una fonte all'altra: chi parla di centonovemila stelle, chi di centoquindicimila, chi di quasi centosettantamila, a seconda del giorno e, temo, della fretta con cui alcuni articoli sono stati confezionati.

 Le ipotesi. Che un agente possa ricostruire "qualsiasi cosa" è un'ipotesi, e per ora non regge. Gli stessi casi di studio pubblicati mostrano che ogni risultato ha richiesto un obiettivo ben delimitato, letture manuali e una persona competente in grado di valutare le prove. In almeno un confronto diffuso in rete, un agente privo di REA è arrivato al traguardo prima di quello che lo usava.

 Le interpretazioni. REA non ha inventato una nuova tecnica di decompilazione: ha confezionato in modo eccellente strumenti che esistevano da anni, rendendoli pilotabili da una macchina. La vera novità non è tecnica ma sociale. Come la stampa non inventò la scrittura ma ne abbatté il costo, così REA non inventa il reverse engineering ma ne abbatte la soglia d'ingresso. Ciò che ieri richiedeva un esperto e settimane di lavoro, oggi può richiedere un buon prompt e un pomeriggio: è questa riduzione di costo, non il codice in sé, a cambiare le regole del gioco.

 C'è poi un capitolo che chiamerei di cronaca minore ma istruttiva. Pochi giorni dopo il boom sono comparsi un repository clone con presunti installer e alcuni "token" crittografici che sfruttano il nome REA. Il progetto ha dichiarato di non aver emesso né sostenuto alcuna moneta digitale.

 Il diritto davanti al codice aperto

Smontare un programma non è, di per sé, un illecito, ma non è nemmeno una libertà senza confini. Il legislatore europeo ha trovato un equilibrio già nel 1991, oggi codificato nell'art. 6 della direttiva 2009/24/CE e recepito in Italia dall'art. 64-quater della legge 22 aprile 1941, n. 633.

 La regola è precisa. riprodurre e tradurre il codice di un programma senza il consenso del titolare è lecito solo quando è indispensabile per ottenere le informazioni necessarie a far dialogare con altri programmi un software creato autonomamente. Servono tre condizioni: deve agire chi ha diritto di usare una copia del programma; le informazioni non devono essere già facilmente e rapidamente accessibili; l'attività deve limitarsi alle parti del programma necessarie a quello scopo. Le informazioni così ottenute non possono essere usate per altri fini, né comunicate a terzi oltre quanto serve all'interoperabilità. E, dettaglio prezioso, le clausole contrattuali che vietassero questa decompilazione sono nulle.

 Nel 2021 la Corte di giustizia dell'Unione europea, con la sentenza Top System (causa C-13/20), ha aggiunto un tassello importante: il legittimo acquirente può decompilare un programma, in tutto o in parte, anche per correggere errori che ne compromettono il funzionamento, in base all'art. 5 della direttiva e non solo all'art. 6. Il sapere tecnico, insomma, può essere riaperto per riparare e per collegare.

 Posto il quadro, la conclusione è netta. Lo slogan "vedi una funzione, capiscila, rifalla nel tuo prodotto" esce quasi sempre dai confini delle eccezioni. Ricostruire una funzionalità dopo averne decompilato il codice, per poi offrirla in un prodotto concorrente, non è interoperabilità né correzione di errori: è sfruttamento del lavoro altrui. Discorso diverso vale per l'osservazione del comportamento di un programma: le idee e i principi che stanno alla base di un software non sono protetti dal diritto d'autore, che tutela l'espressione e non l'idea. Studiare come una cosa funziona è cultura; copiarne il codice è un'altra faccenda.

 Restano poi le altre recinzioni giuridiche: le condizioni di licenza e di servizio, che spesso vietano l'analisi del software, e soprattutto le misure tecnologiche di protezione, la cui elusione costituisce un illecito autonomo. Gli stessi autori di REA lo dicono con chiarezza: lo strumento è destinato a usi leciti, e le licenze dei software commerciali su cui si appoggia vanno acquistate regolarmente. Lo strumento è neutro; chi lo impugna no.

 I nuovi confini del sapere

Se il diritto traccia i limiti, la cultura deve indicare la direzione. E qui il caso REA ci pone tre domande che vanno oltre il singolo software.

 La prima riguarda la riservatezza. L'analisi avviene sul computer dell'utente, ma le conclusioni passano all'agente e, attraverso di esso, al fornitore del modello linguistico. Chi analizza il software di un cliente, o un'applicazione che tratta dati personali, deve sapere che frammenti di codice e informazioni rilevate possono uscire dal proprio perimetro. Il principio di responsabilizzazione del GDPR non si sospende per entusiasmo tecnologico.

 La seconda riguarda chi produce software. Per decenni una parte della protezione delle applicazioni si è affidata alla fatica: smontare un programma costava troppo per valerne la pena. Quella fatica oggi si è ridotta drasticamente., ne segue una lezione pratica per sviluppatori e imprese: ciò che ha valore va custodito lato server, i segreti non vanno lasciati nel codice distribuito, e la vera difesa diventa la qualità del servizio, non l'oscurità del codice. Chi, come me, ha contribuito a creare un'applicazione di intelligenza artificiale (AlterEgoGPT), si pone la domanda senza giri di parole: che cosa potrebbe ricostruirne un agente?

 La terza domanda è la più alta, ed è quella che Hugo ci aiuta a formulare. Nel 1877, in Histoire d'un crime, scrisse una frase che è stata poi deformata in mille aforismi apocrifi, ma che nella sua versione autentica suona così: "On résiste à l'invasion des armées; on ne résiste pas à l'invasion des idées". Si resiste all'invasione degli eserciti, non a quella delle idee. Il sapere che diventa accessibile non si ferma con i divieti, si può soltanto decidere a che cosa servirà.

 E qui il bivio è netto, lo stesso strumento che permette a un ricercatore di scovare una vulnerabilità e di proteggere migliaia di utenti può permettere a un altro di sfruttarla. Lo stesso agente che ripara un vecchio programma abbandonato dal produttore può copiare il lavoro di una piccola impresa che non ha i mezzi per difendersi. Il sapere tecnico è come la polvere da sparo nella storia dell'umanità: può aprire gallerie nelle montagne o seminare morte. La differenza non la fa la chimica, la fanno la cultura, le regole e la coscienza di chi la usa. Per questo credo che la vera sfida dell'intelligenza artificiale non sia tecnologica ma educativa: formare persone capaci di usare il sapere per costruire e non per distruggere, per la conoscenza e per la pace.

 Questo non ucciderà quello

 Frollo aveva ragione a metà. Il libro non uccise la cattedrale: le tolse il monopolio del racconto e la restituì alla bellezza, al punto che fu proprio un libro a salvarla. Allo stesso modo, gli agenti capaci di smontare il software non uccideranno l'ingegno di chi lo crea, gli toglieranno una protezione fondata sulla fatica e sull'oscurità, obbligandolo a fondarne una più solida sulla qualità, sulla trasparenza e su regole condivise.

 Il mio invito, da giurista e da divulgatore, è di non cedere né alla paura né all'idolatria. Non alla paura, perché il sapere che si diffonde è sempre stato, nel lungo periodo, un bene per l'umanità, non all'idolatria, perché nessuno strumento, per quante stelle raccolga su GitHub, esonera chi lo usa dal rispondere delle proprie scelte. Le leggi ci sono, e sono più sagge di quanto i titoli di giornale lascino credere, serve conoscerle, applicarle e, dove occorre, aggiornarle con il contributo di chi studia questi fenomeni ogni giorno.

 Del resto, l'equilibrio che cerchiamo era già stato trovato. Nel giugno 1878 Victor Hugo presiedeva a Parigi il Congresso letterario internazionale, da cui sarebbe nato il cammino verso la Convenzione di Berna. In quella sede distinse il libro dal pensiero: come libro, l'opera appartiene al suo autore; ma, disse, "comme pensée, il appartient — le mot n'est pas trop vaste — au genre humain". Come pensiero, appartiene al genere umano. È la stessa linea che il diritto d'autore traccia ancora oggi tra l'espressione, che si tutela, e l'idea, che circola libera. Ed è la linea che dovremmo seguire anche davanti al codice: rispettare il lavoro di chi lo ha scritto, senza pretendere di chiudere in cassaforte la conoscenza che contiene.

 Victor Hugo ci ha lasciato in eredità un'idea semplice: il sapere non si imprigiona, ma chi lo crea merita rispetto. Spetta a noi fare in modo che, una volta libero, cammini dalla parte della conoscenza, dei diritti e della pace.

 avv. Giovanni Bonomo – A.L. Advalux C.I.O.

 

Fonti

Un antico libro aperto nella luce del rosone di una cattedrale gotica: dalle pagine sale un bagliore azzurro.“Ceci tuera cela” di Victor Hugo, riletto nell’era dell’intelligenza artificiale. Immagine generata con AI su ideazione di Giovanni Bonomo · Testo © Giovanni Bonomo 

 

10/02/2026

Liberté, égalité, fraternité. In Italia: fatalité.

            🇫🇷 I francesi hanno un motto rivoluzionario, noi, troppo spesso, una risposta pronta: «Tanto non cambia niente». Una formula miracolosa: assolve chi governa e dispensa chi è governato dal disturbarlo.

 Il video di Matteo Gracis mette il dito in questa comoda piaga, racconta francesi e spagnoli che scendono in piazza e ci restituisce una domanda sgradevole: noi italiani, così eloquenti quando ci lamentiamo, perché diventiamo tanto discreti quando occorre farci sentire?

 

Abbiamo perfezionato l’indignazione da salotto: feroce nel commento, mansueta nelle conseguenze. Si maledice il potere, poi si aspetta che il potere risolva, possibilmente senza chiedere tempo, impegno o solidarietà.

 

🐑 A quel punto i nostri mandriani possono dormire tranquilli: la mandria umana sorveglia sé stessa.

 

Naturalmente l’Italia conosce anche piazze, scioperi, associazioni e persone che resistono. Proprio per questo la rassegnazione non può spacciarsi per carattere nazionale: è un’abitudine, ma le abitudini si possono cambiare.

 

La cittadinanza che volesse così chiamarsi, e non più mandria, richiede qualcosa di più di una scheda elettorale e di un pollice sullo schermo: informarsi, associarsi, sostenere rivendicazioni comuni, pretendere risposte, anche quando il problema riguarda il vicino e non ancora tutti noi.

 

📣 La libertà si esercita, la sudditanza si lascia amministrare.

 

Forse il nostro prossimo Rinascimento comincerà da una frase meno elegante, ma più utile di «tanto non cambia niente»: «Ci organizziamo?»

 

avv. Giovanni Bonomo – Candide C.C.

 

🎥 Video di Matteo Gracis 👇  
           https://www.youtube.com/shorts/iMKYd6eCRLU  


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